lunedì 19 gennaio 2026

85, con qualche acciacco


Nel giorno in cui ricorrevano - non celebrati - gli ottantacinque anni dalla nascita della casa editrice (Gianluigi Bonelli mise su nel 1941 una piccola casa editrice nota come Redazione Audace rilevando dal precedente editore la testata omonima; il primo numero della sua gestione è il 331, datato 18 gennaio di quell'anno) che, pur attraverso più d'un cambiamento di nome, è comunque "rimasta in famiglia", dal fondatore alla moglie Tea, al figlio Sergio e infine al nipote Davide, in rete hanno cominciato a rincorrersi boatos su grossi cambiamenti in atto e soprattutto su una serie di email di "licenziamento" (una cinquantina, sembrerebbe) di autori e autrici che non riceveranno in futuro dalla SBE altre commesse di lavoro.
Parlare di "licenziamenti" è decisamente improprio. Gli unici contratti stipulati nel tempo dalla Bonelli sono quelli dei dipendenti della casa editrice (redattori, grafici, amministratori, magazzinieri ecc.) e, da Martin Mystère in poi, quelli dei creatori dei personaggi (sempre e soltanto gli sceneggiatori). Tutti gli altri semplicemente "lavorano" per Bonelli: collaboratori/trici esterni a cui vengono commissionati testi o tavole disegnate. Dunque, nessun licenziamento, solo l'interruzione di un rapporto di collaborazione.
Qualcuno ha trovato scandaloso che tra i "liquidati" ci fossero nomi storici della casa editrice. Quand'anche fosse, resta solo una legittima decisione di interrompere un rapporto di collaborazione. Per dire, se decidessero di non far lavorare più Giovanni Ticci potrebbero farlo senza alcun problema legale, visto che non è legato da nessun contratto anche se lavora per la Bonelli da 50 anni. Si guasterebbero solo i rapporti personali, al massimo.


E pure se e quando decidessero di chiudere Nathan Never - per dire una a caso delle pubblicazioni che hanno da tempo problemi di scarse vendite - non ci sarebbero problemi di nessun genere dato che il contratto dei tre sardi (uno stralcio l'ho pubblicato nel libro "La testa tra le Nuvolette") prevede un'unica cosa: che se è l'editore a decidere l'interruzione del rapporto, Medda, Serra e Vigna possono immediatamente pubblicare altre storie con un altro editore (successe col Jonathan Steele di Federico Memola, che passò subito alla Star Comics). Se invece sono gli autori a interrompere il rapporto, per due anni non possono pubblicare il personaggio con altro editore (successe con Ken Parker).



A me piange il cuore per tutti gli autori e autrici, colleghi con famiglie e magari mutui da finire di pagare, che si ritroveranno senza lavoro dall'oggi al domani. Ci sono passato più d'una volta e so quanto è difficile trovare subito altre collaborazioni. Oggi, con la crisi generale della stampa in atto, più che mai. Bisogna però dire che, per chi voleva vedere, erano evidenti da anni gli elementi per capire che c'era il rischio di restare a piedi e che era saggio cominciare a guardarsi intorno... anche se il panorama in Italia è desolato e pure all'estero non c'è certo il Bengodi.
Bisogna anche dire che se la casa editrice ha inviato un'email (ma pare che in molti casi si sia trattato solo di telefonate) per informare collaboratori e collaboratrici dell'interruzione di rapporto, è stata fin troppo corretta: al Giornalino ci lasciarono senza lavoro senza nemmeno avvisarci. Lo fece il direttore Gorla di sua iniziativa, perché la direzione se ne era fregata assolutamente.


Un annetto fa avevo condiviso dei dati di vendita che, per quanto era possibile saperne, mi risultavano abbastanza realistici. Molti li considerarono un'esagerazione ma forse erano persino ottimistici, visti i successivi aumenti del prezzo di copertina, le riduzioni di foliazione di alcune testate, i cambiamenti di vario genere su altre e quest'ultima notizia di autori "lasciati a casa".
Qualcuno, in questo frangente, ha ipotizzato che si sia trattato di un modo per "risanare" i conti della casa editrice in vista di una vendita dell'attività ad altra azienda. Si tratta di una sciocchezza assoluta: come ho detto, le collaborazioni che sono state interrotte non erano basate su un contratto, dunque non erano un "peso" economico di cui liberarsi prima di una eventuale cessione d'impresa. L'editore subentrante avrebbe potuto tranquillamente non tener conto delle collaborazioni esistenti, se non interessato a proseguirle. Il problema che sta alla base di questa situazione, dunque, non possono essere che le vendite in continuo calo: se a causa di questo sei costretto a ridurre il numero di pagine di alcune testate e/o a chiuderne altre devi per forza diminuire il numero delle collaborazioni che, semplicemente, non ti servono più. Se poi si sono fatte in passato cattive previsioni che hanno portato ad accumulare in magazzino un eccessivo numero di storie da pubblicare, il problema si accentua ulteriormente.

Restando in attesa di riscontri ufficiali della situazione e dei cambiamenti editoriali che, secondo alcuni contatti di Facebook apparentemente "ben informati", la SBE dovrebbe annunciare in questi giorni (delle email di cessazione della collaborazione hanno dato conferma alcuni degli autori che le hanno ricevute), non posso che prendere atto della sempre maggiore sofferenza del settore dimostrata anche dall'agitazione che si percepisce pure in altre realtà editoriali come, recentemente, l'Aurea che ha provato a portare in fumetteria e libreria i suoi settimanali confezionandoli in brossura ma è rapidamente tornata alla spillatura.


Per il fumetto popolare da edicola le nuvole appaiono sempre più minacciose.



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