mercoledì 21 gennaio 2015

Di questo e altri Charlie



La strage a Parigi nella redazione di Charlie Hebdo ha inevitabilmente sconvolto l'ambiente fumettistico. Alcune delle persone uccise in modo così assurdo erano nostri colleghi, persone che "conosciamo" anche se non le abbiamo mai incontrate.
Non spenderò una sola parola sui motivi dell'assurda carneficina. Si è trattato di un atto bestiale figlio di una delle tante pazzie che guastano quotidianamente il nostro mondo, e troppo lungo e complicato (e sicuramente inutile in questa sede) sarebbe andarle ad analizzare.
La strage e quello che ne è seguito a livello di dichiarazioni, manifestazioni, vignette "di solidarietà" (stendiamo un velo pietoso sull'affaire Corriere della Sera, di cui tutti sapete o potete andare a leggere sulla mia e altre pagine Facebook), oltre ad agitarmi oltremodo mi hanno spinto a una serie di riflessioni che sento il bisogno di condividere con chi mi legge abitualmente su queste colonne.
Credo sia necessario anzitutto chiarire di cosa stiamo parlando, perché sia su quotidiani e tivù che in rete sono state scritte e dette imprecisioni, quasi inevitabili quando si parla di editoria a fumetti o satirica, generi poco frequentati dal giornalista "medio".
All'inizio fu Hara-Kiri, una rivista fondata nel 1960 da Georges Bernier, alias Professeur Choron.
Sul primo numero è riportata la scritta "Honni soit qui mal y panse", che richiama il motto del britannico Ordine della Giarrettiera ("Honi soit qui mal y pense": "Sia vituperato chi ne pensa male"), conosciuto in Italia dai lettori di fumetti neri che lo trovarono per un certo periodo sulle copertine di Kriminal. Nei numeri d'inizio 1961 il mensile prende il sottotitolo di "mensuel satirique", e solo dal n. 7 dell'aprile di quello stesso anno assume la dicitura "journal bête et méchant" (giornale stupido e cattivo) che lo accompagnerà per il resto della sua lunga vita editoriale. Dal n. 32 i disegni in copertina lasciano il posto alla fotografia.



La "cifra" del giornale era sostanzialmente quella di un umorismo demenziale e irriverente; una vera e propria bomba gettata nelle acque stagnanti di quel periodo di perbenismo imperante e repressione sessuale (il '68 era ancora lungi da venire). Insieme a Choron, che ne sarà la folle anima editoriale, lavorano a Hara-Kiri François Cavanna (autore della geniale battuta: "Beethoven era così sordo che credette per tutta la vita di essere un grande pittore"), Fred, Reiser, Cabu, Gébé, Wolinsky, Topor, Willem e molti altri. La rivista arriverà a vendere nel 1966 250.000 copie che non evitano un sacco di problemi economici alla casa editrice, visto che Choron paga esageratamente i collaboratori, spende tutto quello che gli avanza per migliorare il giornale (carta, colore...) e organizza costosi festini alcolici a ogni occasione. I problemi cominciano ad arrivare quando madame de Gaulle in persona ne fa vietare l'esposizione nei chioschi e la vendita ai minori; la polizia infastidisce continuamente gli edicolanti (anche quando l'interdizione viene tolta: nessuno si è preoccupato di informarli) che finiscono spesso per nascondere Hara-Kiri; le vendite crollano e, nel tentativo di ridare fiato economico alla casa editrice (les Editions du Square), Delfeil De Ton propone di creare un mensile di fumetti a imitazione del Linus italiano. Attingendo sempre ai nomi dei protagonisti dei Peanuts di Charles Schulz, viene così varato il mensile Charlie (Brown).


Intanto è arrivato il Sessantotto. Il successo del giornale "barricadero" L'Enragé, legato all'attualità politica e alle proteste studentesche, spinge la redazione a varare Hara-Kiri Hebdo (in francese "hebdomadaire" significa "settimanale") anche se in cassa non ci sono soldi. Il problema economico continua a pesare: La rivista madre si è stabilizzata sulle 100.000 copie; Charlie ne vende appena 15.000 e Hara-Kiri Hebdo viaggia sulle 30.000.


Si va avanti così finché, il 9 novembre del 1970, muore il generale Charles de Gaulle. Parodiando i titoli dei giornali che pochi giorni prima avevano commentato un tragico incendio in un locale da ballo a St Laurent De Pont che aveva fatto molte vittime, l'Hebdo titola sarcasticamente: "Ballo tragico a Colombey (residenza di De Gaulle): 1 morto!"


Marcellin, ministro dell'Interno, vieta la vendita del settimanale satirico accusandolo di pornografia. La stampa "seria" si accorge così dell'esistenza di Hara Kiri Hebdo: quotidiani, radio e televisione insorgono contro la censura! Se nessun giornalista avrebbe speso una parola per difendere Hara-Kiri mensile, giornalaccio pornografico e scatologico, il settimanale era invece considerato "giornale d'opinione", e dunque la levata di scudi in difesa della libertà di stampa è generale. Pubblicitariamente è un colpo fenomenale, per i ragazzacci delle Editions du Square: le vendite di Hara-Kiri Hebdo (trasformato istantaneamente in Charlie Hebdo per aggirare il divieto) raggiungono di colpo le 100.000 copie e salgono rapidamente fino a 180.000 trascinando le riviste "sorelle": Charlie mensile si posiziona sulle 100.000 copie e Hara-Kiri a 120.000.


Choron può finalmente pagare tutti i suoi creditori, triplicare i compensi ai collaboratori, reinvestire sui giornali... e continuare le sue famose feste, nel corso delle quali verrà assegnato anche il "Prix Bête et Méchant".  
Nel 1974 sale però al potere Giscard d'Estaing. Le sue politiche "di sinistra" e ecologiste cominciano a erodere la base "protestataria" dei lettori di Charlie Hebdo, e se la rivista "stupida e cattiva" conserva il suo motivo di esistere e i suoi lettori, anche Charlie mensile inizia ad avere problemi con l'arrivo della "concorrenza" de L'Echo des Savanes, di Métal Hurlant e di Circus.
Calo delle vendite e un continuo fioccare di processi (non solo da parte delle istituzioni, ma anche intentati da personaggi dello spettacolo come il mimo Marcel Marceau e Brigitte Bardot) mettono a dura prova le finanze della casa editrice e spingono Choron nel 1981 a mettere fine alla vita di Charlie Hebdo, a vendere Charlie mensile alla Dargaud e ad affidare la raccolta in volume dei suoi materiali ad Albin Michel; nel 1982 sarà costretto a licenziare 23 persone e infine, nel 1989, a chiudere anche Hara-Kiri.
Per inciso, passato a Dargaud, Charlie mensuel si fonderà con l'altra rivista dell'editore, la storica Pilote, dando vita dal primo marzo del 1986 a Pilote et Charlie che ricomincia da 1 la numerazione. La "strana coppia" durerà solo 27 numeri. Dal n. 28 "Charlie" scompare dalla testata, che torna a essere semplicemente Pilote fino al n. 41, quando cessa le pubblicazioni.








Ma allora il Charlie Hebdo salito tragicamente agli onori della cronaca in questo inizio d'anno? Come il Male italiano, uscito dal 1977 al 1982 e recentemente "resuscitato" in ben due edizioni concorrenti andate entrambe avanti stentatamente per qualche tempo e, credo, attualmente chiuse o approdate a uscite sporadiche, anche per Charlie Hebdo ci sono stati alcuni autori decisi a riportarlo in vita dopo qualche anno di silenzio. Su Wikipedia si legge: "La vicinanza tra il Charlie Hebdo pubblicato nel 1992 e quello degli anni passati era più intellettuale che effettiva. Anche se due disegnatori, Gébé et Cabu, reduci da Hara-Kiri collaborarono a La Grosse Bertha (editore: Jean-Cyrille Godefroy), questo settimanale non aveva un vero legame diretto con Hara-Kiri o Charlie Hedbo. È con la scissione da La Grosse Bertha che Philippe ValGébé, Cabu e alcuni giovani disegnatori talentuosi iniziarono a perseguire un solo progetto, quello di creare il loro proprio settimanale. È allora che, davanti alle difficoltà di una tale impresa, faranno appello agli anziani Cavanna, Delfeil de Ton e Wolinski, sollecitando la loro collaborazione. Questi accetteranno senza esitare. Nel corso di una riunione-banchetto, alla ricerca di un titolo, Wolinski propose "Et pourquoi pas Charlie Hebdo?» ("E perché non Charlie Hebdo?"): la proposta fu immediatamente accettata.
Philippe Val, Gébé e Cabu procurarono il capitale per finanziare il primo numero. Fu creata una società per azioni. Detenendone l'80%, i tre si resero praticamente i proprietari del giornale e ne assicurarono l'indipendenza politica.
È così che Charlie Hebdo nacque nella sua nuova versione nel luglio 1992. Per il suo lancio beneficiò della prestigiosa notorietà del Charlie Hebdo storico, tanto più che vi si ritrovarono le firme d'avanguardia degli anni 70: Cavanna, Delfeil de Ton, Gébé, Wolinski, Cabu e un formato identico. Fu presentato e accolto non come un nuovo settimanale, ma come il seguito, la ricomparsa del predecessore. Del primo numero sarebbero state vendute 100.000 copie: un grande successo.
Il Professor Choron, al quale non era stato proposto un posto che ritenesse accettabile, tentò da parte sua il rilancio simultaneo di un Hara-Kiri settimanale, ma la sua avventura fu breve."


Nonostante una fiammata di vendite al momento della pubblicazione nel 2006 delle famose "vignette di Maometto" che fecero salire la tiratura a 400.000 copie, negli ultimi tempi il giornale non doveva cavarsela benissimo, se sul proprio sito invita tuttora a "sostenerlo, abbonandosi o facendo un dono (con assegno o carta di credito)". Certo, adesso i milioni di copie venduti in tutta Europa (in Italia lo ha distribuito il Fatto Quotidiano) del numero uscito dopo la strage dovrebbero garantire un bel po' di ossigeno alle casse del settimanale... ma a quale prezzo!
Ed eccoci dunque alle considerazioni. Sulla satira, il diritto di stampa e di espressione, e la libertà o meno di "offendere" la sensibilità di questo o quel gruppo sociale, etnico, religioso o anche di singole persone.
Chiarisco subito che secondo me la libertà di espressione non può che essere assoluta, o non è tale. Chiunque deve poter esprimere il proprio pensiero senza limitazioni. Per le offese personali e le calunnie ci sono appositi articoli di legge ai quali appellarsi, ma ritengo che la "sensibilità", specialmente in relazione a religioni, credenze, costumi e abitudini sociali non debba essere protetta.
Penso però che, oltre a quelli di legge (correggibili anch'essi: credo per esempio che in Italia esista ancora il reato di "offesa a Capo di Stato"; se è così, per me andrebbe abolito), possano presentarsi dei "limiti" di buon senso di cui tenere conto. Faccio un esempio personale: quando Don Tommaso Mastrandrea, direttore de il Giornalino, mi propose di pubblicare sul suo settimanale il mio "Dante, la Divina Commedia a fumetti", non ebbi nessun problema ad accettare i "limiti" che mi poneva per poter concretizzare l'operazione: eliminazione degli "attributi sessuali" e delle strisce che toccavano argomenti (prostituzione, omosessualità ecc.) poco adatti al target del giornale, fatto di ragazzini e ragazzine dai 7 ai 12 anni. Non avrei invece accettato nessuna limitazione se le strisce fossero state pubblicate su un giornale rivolto a un pubblico adulto.


E giacché abbiamo toccato l'argomento "sesso", facciamo ancora qualche esempio. Il mio primo lavoro professionale continuativo fu il mensile Le Sexy Operette. Se all'inizio la pubblicazione mostrava dei nudi e degli amplessi solo "suggeriti", dopo che Magnus sul suo lo Sconosciuto "sdoganò" - come scelta di realismo, da quel grande artista che era, e non certo per calcolo di pornografo - la rappresentazione del membro maschile sui fumetti per adulti, anche il mio editore si sentì autorizzato a far realizzare situazioni e disegni senza più alcun velo. Personalmente non avevo nessun problema a farlo, e indipendentemente dalla qualità artistica del lavoro, la ritengo una conquista di libertà. Ma se trovo sacrosanto raccontare e disegnare qualsiasi tipo di amplesso all'interno della pubblicazione, nel momento in cui quel  volumetto viene esposto liberamente in edicola, FIN DOVE può spingersi invece chi realizza le copertine che possono finire sotto gli occhi di un ragazzino recatosi magari in edicola per comprare Topolino? Lo stesso vale per i film porno, o "a luci rosse" come vennero battezzati qualche decennio fa: se è legittimo pretendere assoluta libertà narrativa e d'immagine anche per il film più biecamente pornografico, QUANTO si può mostrare sui cartelloni esposti sulla pubblica via, alla vista di chiunque ci passi davanti? Questo vale per le immagini come per le parole. A Livorno viene pubblicato il Vernacoliere, un mensile di satira politica e costume che infarcisce i suoi titoli di termini di natura sessuale, e si presenta al pubblico con l'ausilio di una classica "civetta" come un normale quotidiano. Se sono pronto a difendere l'uso di qualsiasi parola e immagine sulla rivista, confesso di essermi trovato a volte a disagio passando davanti a un'edicola in compagnia di mia figlia di sei o sette anni e vedere liberamente esposte frasi del tipo "Berlusconi voleva tromba' anche Rosibindi", "In calo anche le seghe" o "Chiusa la potta di Ruby".


E qui si innesta un'altra riflessione, sul "valore" dei giornali satirici e sulla tenuta nel tempo di certi moduli comunicativi.
Dopo aver disegnato per quattro anni e anche scritto per un paio Le Sexy Operette, dove si cercava di accompagnare con ironia (inevitabilmente piuttosto triviale) una sequela di copule (mediamente una decina a numero, per "contratto") legate fra loro da un'esile storiella, non ho quasi mai più avuto voglia di fare battute a contenuto sessuale né su giornali né nella vita quotidiana. Non perché mi fossi improvvisamente trasformato in un benpensante, ma perché l'argomento è tutto sommato abbastanza limitato e i giochi di parole che ci si possono fare sopra, alla fine, sono sempre i soliti e quando li hai fatti (o sentiti) una volta non sono più divertenti. Il limite di tutto quello che attiene all'umorismo è purtroppo questo: dopo un po' non fa più ridere. Persino il meccanismo del tormentone, che rafforza la battuta con la ripetizione, funziona solo fino a un certo punto, poi stufa e annoia.
Questo cosa comporta? Che chi fa umorismo, anche in forma di satira, è costretto a cercare sempre nuovi "agganci" e formule inedite per continuare a far ridere. Non è un caso che autori come Bonvi, o Quino, o Watterson abbiano a un certo punto sentito il bisogno di fermarsi perché ormai avevano già "tirato fuori" tutto il possibile succo umoristico dalle loro creature cartacee. Andare ancora avanti (solo Bonvi ci ripensò, probabilmente "per necessità", realizzando strisce delle Sturmtruppen sempre più stanche e ripetitive) avrebbe significato fare vignette noiose per loro e per chi le avrebbe lette.
Avendo scelto, per indole, di fare strisce umoristiche di taglio "narrativo", basate su opere letterarie e cinematografiche o biografie, io sono riuscito fino ad oggi a sfuggire a questa implacabile legge, visto che trovo nelle vicende dei romanzi e dei poemi che scelgo di parodiare le situazioni sempre diverse che mi consentono di continuare a divertirmi (e, spero, a divertire i lettori).
Chi fa satira può trovare nel ricambio del personale politico le "novità" per andare avanti, anche se, al di là del mutare delle persone, non è che nel tempo governi ed elezioni consentano "narrazioni" particolarmente inedite. Ma se si ha una pubblicazione da vendere, specialmente se settimanale, i contenuti che consentano di non annoiare i lettori si possono trovare solo in due modi: cercando sempre nuovi argomenti, o "alzando il tiro" continuamente quanto a linguaggio e tematiche. Così, dopo aver scritto in copertina o sulla locandina pubblicitaria "Berlusconi fa cacare", tocca passare a "Berlusconi ci fa una sega", a "Berlusconi l'ha preso nel culo"... e poi, inevitabilmente, ci si ripete o ci si arena. Ancora meno efficace passare dall'ironizzare sulle persone (o gli avvenimenti) al tentativo di sputtanamento di credi e ideologie, perché lì si arriva subito alla fine della strada: quando, come in una copertina di Charlie Hebdo, hai disegnato lo Spirito Santo che si inchiappetta il Figlio che si inchiappetta il Padre, il gioco è già finito. Se vuoi rilanciare (e per vendere sei costretto a farlo) ci puoi aggiungere la Madonna, San Pietro e tutti i santi... ma il divertimento è già morto al terzo tentativo di rilancio. Così addio vendite, come è successo puntualmente a Cuore, a il Male e sta succedendo (per la seconda volta) allo stesso Charlie Hebdo.
Con la diffusione mondiale di internet, fra blog, siti e social network, il problema diventa ancora più delicato, perché anche quello che è magari nato per una fruizione correttamente privata, può facilmente venire veicolato in rete, moltiplicato all'infinito e finire sotto gli occhi di persone che alla pubblicazione originale non si sarebbero mai avvicinati.
All'inevitabile "che fare?" di leniniana memoria, posso rispondere solo con l'invito al buon senso. E all'approfondimento ulteriore di queste riflessioni.


Per maggiori informazioni su Hara-Kiri e altre pubblicazioni delle Editions du Square, visitate il sito che ne ospita TUTTE le copertine. Qui sopra, alcuni numeri dell'edizione italiana, ribattezzata Kara Kiri, come veniva chiamato allora nel nostro paese il suicidio rituale giapponese.

Nessun commento:

Posta un commento