domenica 8 dicembre 2019

Se n'è andato un "figlio"


La notizia mi è arrivata come un fulmine a ciel sereno, inaspettata quanto terribile: mio figlio che, dall'altra stanza, chiede: "Ma è morto Memola?"
Sapevo che era malato. Aveva scritto su Facebook che era all'ospedale, senza specificare bene perché. A un mio commento, aveva aggiunto che si trattava di una malattia "che ha lo stesso nome di un segno zodiacale", e l'incubo si era materializzato. Un paio di giorni dopo aveva postato una sua foto col gatto, sul divano. Era finalmente tornato a casa. In convalescenza, supponevo. Gli ho mandato un messaggio privato per chiedergli il suo attuale indirizzo e mandargli qualcuno dei miei libri, nella speranza di regalargli qualche sorriso mentre finiva di rimettersi. Mi ha chiesto, chiedendo perdono per la sfacciataggine, se potevo mettere nel pacco anche Fritto Misto, che non era riuscito a trovare in edicola. L'ho rassicurato: l'ultima copia disponibile in mio possesso era già nella busta. Ho dovuto farne due, di buste, e la mattina dopo le ho spedite. Non so se gli sono arrivate prima che la malattia lo stroncasse così brutalmente... e a questo punto non ha neppure più importanza.
Federico l'avevo conosciuto quando, insieme a quattro altri soci, facevo l'editore di Fumo di China. Si era presentato in redazione, mi pare indirizzato dall'amico comune Antonio Serra, e l'avevamo preso (la prima persona che ho "assunto" in vita mia) a curare redazionalmente la rivista. Duecentomila lire a numero. Tutto quello che i conti della casa editrice permettevano, ma per un ragazzo giovane erano comunque un primo passo verso l'indipendenza economica. Oltre che l'occasione di affacciarsi professionalmente in un mondo, quello del fumetto, che rappresentava una passione di famiglia (il padre aveva una fumetteria, sempre lì a Milano, poco distante dalla nostra sede e da casa sua).
E per qualche anno, oltre alle ore in redazione, abbiamo condiviso viaggi in macchina per andare a fare interviste o a parlare col tipografo o il distributore, durante i quali parlavamo di tutti gli aspetti del fumetto, e spero di avergli trasmesso un po' di quello che l'esperienza aveva fin lì insegnato a me.
Poi è riuscito a "entrare in Bonelli", dando una mano ad Alfredo Castelli arrivando prima a "guidare" Zona X e poi a scrivere e curare una serie tutta sua, Jonathan Steele che, quando i conti hanno spinto l'editore a decretarne la chiusura, ha trovato asilo per qualche anno ancora in casa Star Comics.






Poi sono arrivati gli anni della crisi per tutti, e anche Federico si è dovuto arrampicare un po' sugli specchi per continuare a seguire la sua passione facendo fumetti. Ci siamo ritrovati "vicini di casa" sulle pagine de il Giornalino, ho seguito i suoi altri tentativi con case editrici a volte improbabili, e ci incontravamo periodicamente alla varie mostre, soprattutto quella riminese, dove veniva insieme alla sua compagna Teresa Marzìa (che debuttò, timidissima quanto già brava, anche lei sulle pagine di FdCcon una serie "mangheggiante" scritta da Federico) con l'abituale bonaria gentilezza ed educazione che ce l'avevano fatto apprezzare quando lo incontrammo la prima volta nella redazione di via Berna.
Quando mio figlio, appena uscito da un corso di colorazione di fumetti con Photoshop, cercava qualche lavoretto per cominciare a farsi le ossa, fu Federico ad affidargli un episodio della sua Agenzia Incantesimi, "Lady Lilith".





E ora non c'è più. Un male bastardo se l'è portato via, con l'ingiustizia impietosa della vita che ci ha già privati di più d'un amico e collega "troppo giovani per doversene andare".
Stavolta il dispiacere è particolarmente forte, per la perdita di quello che consideravo, se non proprio un "figlio", un fratello minore col quale si sono passati mille momenti sereni condividendo passioni e avventure, senza mai uno screzio.
Per chi l'ha conosciuto e frequentato sarà impossibile dimenticarlo.


2 commenti:

  1. Oggi è davvero un giorno triste. se puoi, porta le condoglianze di un lettore e appassionato di fumetti.

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