sabato 10 novembre 2012

Per ripagare un'emozione























Ho "conosciuto" Renzo Calegari sulle pagine di Big Davy, probabilmente senza sapere chi era quel solido e piacevole disegnatore. Ma l'amore per lui è scattato quando, insieme a Gino D'Antonio, l'autore genovese si è inventato quella pietra miliare del fumetto italiano (e non solo) che è "La storia del West". Per la prima volta alle mirabolanti e poco credibili imprese di Piccoli Sceriffi e Ranger tutto d'un pezzo si sostituivano vicende più realistiche che, in forma romanzata, ci raccontavano la vera epopea western, con i personaggi storici che l'hanno costruita, attraverso le vicende di una famiglia di fantasia, i MacDonald, dal 1804 (anno d'inizio della spedizione di Lewis e Clark) al 1890, anno della grande corsa all'assegnamento delle ultime terre indiane in Oklahoma.
Prima e dopo, Calegari ha spaziato con il suo disegno di anno in anno più graffiato e sintetico, ma sempre efficacissimo nel creare atmosfere inimitabili, in ogni genere di racconti e illustrazioni, dalle pagine de il Giornalino a quelle di Skorpio, dai volumetti bonelliani - Tex compreso - alle copertine per i romanzi della casa editrice La Frontiera.
Quando un autore è capace di regalare ai suoi lettori emozioni come quelle che per decenni Calegari ha dispensato con amore e personalissima autorialità, entra di diritto nel numero dei Grandi Artisti della Letteratura, che sia disegnata o meno.
Calegari in questo momento, dopo la morte della moglie, attraversa un periodo di grande difficoltà. La Regione Liguria si sta adoperando per fargli ottenere i benefici della Legge Bacchelli. Credo che tutti coloro che hanno ricevuto da lui il dono di almeno un'emozione debbano adesso stringerglisi attorno e sostenere questa richiesta affinché i prossimi anni gli siano più lievi, come dovrebbe essere per tutti coloro che hanno speso una vita al servizio dell'Arte e della Cultura, sovente senza preoccuparsi troppo del lato più venale del mestiere di vivere.



mercoledì 31 ottobre 2012

Una Lucca omerica


Autunno. Cadono le foglie e fioriscono i tendoni. Almeno a Lucca, dove anche quest'anno (dall'1 al 4 novembre) si replica la più importante manifestazione del settore fumettistico, Lucca Comics and Games.
Come ogni anno dalla metà degli anni 80 (e per un certo periodo ogni sei mesi), sarò dietro il bancone di uno stand a far dediche per i miei fedeli lettori. Cambia la collocazione. Espulsi dal tendone principale di piazza Napoleone a causa di una complicata ristrutturazione degli spazi, siamo andati... poco lontano. Per tutti e quattro i giorni della kermesse troverete me e l'allegra banda di Cartoon Club/Fumo di China (a cominciare dall'ineffabile Egisto Seriacopi che tiene anche un piede nella scarpa della sua Dada Editore) nella tensostruttura di piazza del Giglio, stand n. E343. Come potete vedere nella mappa qui sotto, se venite da piazza Napoleone, siamo il secondo stand dopo quello d'angolo nel primo corridoio a destra. Impossibile perdersi.


Cosa ci sarà di nuovo sul bancone? Per quello che mi riguarda, altri due volumi delle mie parodie a strisce umoristiche. Niente di nuovo, in realtà. Si tratta di Omero a fumetti, Iliade e Odissea. Già apparse negli anni 90 del secolo scorso sulle pagine de il Giornalino, le mie rivisitazioni dei due classicissimi poemi greci sono state successivamente raccolte in fascicoli nella collana Smile Album delle mie Edizioni Foxtrot. Molti numeri di quegli albetti sono ormai esauriti (restano ancora alcune copie di due o tre uscite: chi deve "chiudere" la sua collezione si affretti a ordinare i numeri che gli mancano o venga a comprarli allo stand, prima che spariscano anche quelli) e si è dunque resa necessaria l'edizione in volume.
Ci saranno anche ben due numeri nuovi di Fumo di China, che ospita in appendice Renzo & Lucia, la mia reinterpretazione dei manzoniani Promessi Sposi. Quattro strisce a numero, per chiudere con un sorriso la lettura della sempre interessante rivista di critica e informazione sul fumetto, la prima e la più importante.
Dunque... ci vediamo a Lucca!



lunedì 8 ottobre 2012

Monsieur Dante


Da quell'esiliato senza meta che è, il mio piccolo Dante continua a gironzolare all'estero. Stavolta l'occasione è una fugace ma non banale apparizione sul libro scolastico di Lingua Italiana "Piacere" dell'editore Belin (che non è di Genova, ma di Parigi... dal 1777! I maliziosi trattengano dunque le facili battute) per gli studenti di livello "Terminale LV2 e LV1" (prima e seconda lingua, corrispondenti alla nostra classe Quarta delle Superiori) delle scuole francesi. In due pagine - che potete osservare in basso; per ingrandire, cliccate sull'immagine - dedicate ai fumetti, sono stato accostato addirittura a Hugo Pratt in un quartetto dumasiano di Moschettieri del Fumetto. C'è di che montarsi la testa!
Autrice di questo primo capitolo del libro è Alexandra Rainon Martinez, mia fan da tanti anni, che utilizza nell'insegnamento il mio Dante per far meglio capire ai ragazzi d'Oltralpe la Divina Commedia.
Che per il mio poeta cartaceo sia un primo passo verso la (ri)conquista delle terre galliche? Se son rose...





sabato 15 settembre 2012

L'avventura si è conclusa


Se n'è andato anche lui. Pini Segna. A molti il suo nome non dirà niente, o poco, eppure ha attraversato la storia del fumetto italiano ed europeo come uno schiacciasassi, macinando pagine su pagine di personaggi a fumetti, molti creati da lui (Ringo, Giungla King, Buck Kajman, Hombre, Matamor...), altri realizzati come semplice collaboratore (Zagor, Zakimort, Kriminal, Akim...). Certo, apparteneva a quell'epoca e a quella parte di mondo editoriale in cui i fumetti si facevano in fretta, badando più alla quantità che alla qualità, e lui non si è mai tirato indietro, anche perché quel modo di fare era probabilmente in linea con la sua natura vulcanicamente generosa. E pur tuttavia riusciva qua e là, soprattutto in certe pubblicazioni di cui era anche editore, a regalarci una copertina o un'immagine di presentazione cesellate con particolare cura, e allora il suo bel disegno classico e il tratto elegante, morbido, "uscivano" dalla media e ci parlavano delle effettive capacità e della passione sincera dell'autore.

Come ho più volte raccontato, io lo scoprii sulle pagine di Tim e Ox, un western fantastico di taglio feuilletonistico di cui mi innamorai perdutamente. Al termine della serie ossessionai per mesi il mio edicolante chiedendogli se era arrivato il primo numero di Rio Cid, la nuova serie pubblicizzata negli ultimi numeri della precedente e poi mai uscita. Perché questo era Pini Segna, come editore: mille idee che avrebbe voluto realizzare, e la dura legge dei conti che a volte gli impediva di farlo. Eppure, anche con quei personaggi mai nati (e forse più che mai con quelli) riusciva a far sognare i suoi lettori.

Tale fu la mia passione per i suoi lavori che, prima, mi spinse ad affrontare, imbranatissimo undicenne, l'impresa della scrittura e spedizione della mia prima lettera (o meglio biglietto postale, un foglio piegabile già affrancato al cui interno si poteva scrivere... davvero roba d'altri tempi!) per richiedere i numeri arretrati della serie. Al biglietto, un paio d'anni più tardi feci seguire una lettera vera e propria con la richiesta di pubblicare una nuova collana che ospitasse tutti i suoi personaggi.




Molti anni più tardi, divenuto a mia volta autore di fumetti, riuscii rocambolescamente a rintracciare Pini Segna chiedendogli per telefono un appuntamento per conoscerlo, durante una delle mie venute a Milano per la consegna del lavoro. Di nessun altro autore ho mai sentito il bisogno di fare la conoscenza personale. Ci incontrammo e parlammo a lungo. Lui non riusciva a capacitarsi del mio amore per quel suo fumetto di cui quasi non conservava memoria. Ma quando, molti anni più tardi, lo incontrai di nuovo perché in redazione, a Fumo di China, avevamo deciso di intitolare a lui una nuova categoria del Premio organizzato dalla rivista, quella dedicata alle autoproduzioni, mi portò due regali: un disegno della testatina di Tim e Ox ripreso da quella originale e realizzato apposta per me (campeggia tuttora sulla parete del mio studio, sopra il tavolo di lavoro) e la letterina che gli avevo scritto nell'infanzia! Disse che ci aveva “sentito” qualcosa di particolare, e l'aveva conservata per tutti quegli anni.

Durante il viaggio da Milano a Perugia dove in occasione di Umbriafumetto sarebbero stati consegnati i premi Fumo di China, compreso quello intitolato a lui, mi raccontò episodi della sua vita che rivaleggiavano per forza narrativa, azione e suspence con quelli delle sue storie migliori: i bombardamenti di Genova durante la guerra... la spietatezza di alcuni reparti australiani che sgozzavano i nemici col coltello... e il mistero del nome scelto da suo padre, Segna (in tarda età qualcuno gli disse che probabilmente era il nome d'arte con cui il pittore senese del Duecento Duccio di Buoninsegna firmava i quadri che produceva per vari mercanti all'insaputa del suo abituale committente), che lo ha angustiato nell'infanzia come in età adulta ma che gli salvò la vita quando, catturato dai nazisti, fu risparmiato perché un ufficiale vedendo il nome che finiva per “a” pensò che si trattasse di una donna e lo cancellò dalla lista delle persone da fucilare. Sembrano storie inventate, l'ennesimo parto della sua inarrestabile fantasia. Anche se così fosse, per me non avrebbe importanza. Tutto questo faceva comunque parte del “vero” Pini Segna, l'autore che più di ogni altro ha segnato la mia vita professionale, e una splendida persona che sono felice di aver conosciuto.





Le immagini: in alto, la copertina di un numero di Tim e Ox che ho recensito nella mia rubrica "La macchina del tempo" su Fumo di China n. 192; al centro, la prima pagina della lettera scritta a Pini Segna quando avevo quattordici anni; qui sopra, la testatina di Tim e Ox ridisegnata apposta per me. Potete trovare altre immagini e informazioni su Pini Segna nel blog: http://pinisegna.blogspot.it 


lunedì 30 luglio 2012

Zagor, tre per cinquanta


I primi amori non si scordano mai. Anche quelli fumettistici. In questo senso, Zagor è stato per me uno dei più importanti: letto per anni e poi scritto con uguale passione e divertimento. Anche se poi io e lui abbiamo scelto strade diverse, e non ci siamo più visti, l'affetto è rimasto e ogni tanto spinge il Re di Darkwood a tornare a far capolino nella mia vita.
L'ha fatto qualche anno fa spingendomi a iniziare la collana Le strisce per l'editore Cartoon Club di Rimini con la parodia della primissima avventura dello Spirito con la Scure, trascinandomi di conseguenza a Istànbul a presentare l'edizione turca dello stesso libretto nel contesto di una più ampia "festa zagoriana" in compagnia di Ferri, Burattini e altri amici e colleghi (se ne parla ampiamente qui).
Ed è tornato a farlo in questi mesi quando Francesco Pasquali di SCLS Magazine Gold mi ha chiesto di "dedicare" un disegno al personaggio in occasione della stampa di un volumone (368 pagine!) celebrativo in occasione dei 50 anni della creatura di Bonelli-Nolitta & Ferri (anche se alla fine il libro è uscito con un anno di ritardo... ma il risultato vale tutta l'attesa), "Zagortenayde". Lo confesso: per quell'affetto che ancora mi lega a Zagor, mi sono lasciato prendere la mano, e alla fine il mio contributo è stato triplice: un disegno a colori (miei, anche se sul libro sono attribuiti a mio figlio Jacopo: forse mi sono spiegato male nello spedire il tiff) di ZigZagor; il rifacimento "a modo mio" di una copertina storica della serie (che potete ammirare sotto... e stavolta per i colori mi sono davvero avvalso dell'opera di Jacopo); alcune pagine della sceneggiatura regolarmente pagata dall'editore ma mai fatta realizzare, nella quale Cico -udite! udite!- per la prima volta viveva una storia d'amore spingendosi fino alla... conoscenza in senso biblico. Motivo ulteriore per cercare di procurarsi il volume, pesantissimo ma ricchissimo: oltre ad analisi e contributi vari di noti e meno noti studiosi, autori e appassionati, ospita TUTTE le copertine a colori dei volumetti usciti di Zagor, da quelli a striscia, alle ristampe, agli "speciali"...
Probabilmente per averlo bisogna iscriversi all'associazione, ma forse sono state stampate anche alcune copie "da vendita". Se siete interessati, trovate il valoroso Francesco Pasquali su Facebook, oppure sulla e-mail dell'associazione (sclsmagazine@gmail.com) o al suo indirizzo: via della Torre 8, 67027 Raiano (AQ).


mercoledì 18 luglio 2012

Via dalla pazza carta!



E' fatta. Ho avuto il mio battesimo della lettura in digitale.
Ho infatti terminato qualche ora fa di leggere anche il secondo dei due romanzi che, subito dopo aver ricevuto come regalo di compleanno (richiesto) un Kindle Touch, mi ero acquistato per l'occasione: "Senza luce" di Luigi Bernardi e "Satanisti perbene" di Susanna Raule. Mi hanno intrattenuto piacevolmente entrambi, ma anche ugualmente deluso. Non perché siano scritti male o altro, solo perché non sono libri per me.
Quello di Luigi nasce da una bella idea, è scritto molto bene (anche se "a lei le ha dato una grande soddisfazione" a me mi sembra sbagliato), con ritmo sincopato, asciutto, svelto, e i personaggi si fanno amare (o odiare) come si deve. Ma, uno, non è un libro di genere, e io sono invece un lettore (oltre che sceneggiatore-scrittore) principalmente di quel tipo di narrativa. Che ci volete fare, sono un'anima semplice. E, due, ha il finale aperto. Scelta azzeccatissima nel contesto dell'opera, ma - forse perché sono un ragioniere - a me piacciono i libri che funzionano come i bilanci: alla fine si fa la somma del Dare e dell'Avere, e si viene a sapere qual è l'Utile o la Perdita.
Il romanzo di Susanna, anch'esso ben scritto e con personaggi che ispirano simpatia, è invece di genere. No, pardon, di generi. Susanna ne ha usati due, mescolandoli. Quello giallo mi sta bene, mentre quello magico-esoterico-demoniaco-soprannaturale riesco a sopportarlo in telefilm come "Supernatural" o "Reaper" dove si parte dal presupposto che è tutto un gioco, ma da quell'ateo-razionalista che sono lo trovo fuori luogo abbinato a una storia di taglio sostanzialmente realistico. Ho cassato dal novero degli scrittori che leggo volentieri Åsa Larsson proprio perché ha "risolto" il suo romanzo poliziesco "Sentiero nero" con elementi soprannaturali, e riserverò dunque coerentemente lo stesso trattamento a Susanna... almeno finché scriverà di ispettori posseduti da un demonio.
In ogni caso, da oggi, per me il mondo è (un altro pochino) diverso. E, lasciando perdere i contenuti (nel frattempo mi sono accantonato per quel che resta dell'estate tre o quattro thriller scandinavi, un giallo a sfondo holmesiano, un Guccini-Machiavelli e qualche altra cosetta), devo dire che il passaggio dal cartaceo al digitale è andato benino. Devo prenderci ancora del tutto la mano, ma intanto rassicuro Patrizia Mandanici: anche tenendolo con una mano sola, il Kindle Touch si riesce a sfogliarlo agevolmente col pollice. Il fastidio è casomai un altro: ogni tanto invece di girare pagina si seleziona qualche riga, o un tocco involontario fa avanzare o retrocedere d'una pagina... noie comunque veniali. L'unica cosa nell'e-reader che mi fa rimpiangere il cartaceo (mica abbandonato del tutto: sulle mie librerie ci sono almeno una cinquantina di romanzi che aspettano ancora d'esser letti), è che non si può tornare indietro di trenta, cinquanta o cento pagine con una rapida, sapiente sfogliata per cercare qualcosa che vogliamo rivedere. Naturalmente il Kindle consente, in vari modi, di tornare indietro dove si vuole, ma è proprio quel gesto così familiare, maturato in decenni di pratica, che con gli e-book va completamente perduto. D'altronde non si può avere tutto, e i vantaggi mi sembrano compensare ampiamente le perdite. Pensate soltanto alla possibilità, in piena notte, di soddisfare la voglia di acquistare un libro (in qualsiasi lingua) ritrovandovelo a disposizione sul lettore nel giro di un minuto senza dover uscire di casa! E' proprio un altro mondo.


martedì 13 marzo 2012

Un anno in copertina

Di copertine di Fumo di China ne ho realizzate diverse. E ho fatto anche quella dell'unico numero dell'Annuario dell'Animazione. Sull'Annuario del Fumetto (testata che mi inventai di sana pianta quasi venti anni fa...) invece non avevo ancora "dato". L'ho fatto quest'anno. Il tema era decisamente stuzzicante: bonelliani contro bonellidi. E disegnare (a modo mio) alcuni dei principali personaggi della scuderia Bonelli e della agguerrita concorrenza è stato molto divertente. Per non affollare eccessivamente la copertina, la cui efficacia va quasi sempre di pari passo con la sintesi, ho deciso di riunire nelle due metà di una carta da gioco gli "assi" dei due schieramenti: i due personaggi campioni d'incasso del team di via Buonarroti, Tex e Dylan Dog, e la "quota rosa" Julia su un fronte, contro i due big di casa Star Comics e Eura/Aurea, Lazarus Ledd e John Doe, affiancati dall'outsider Desdy Metus meglio conosciuta come L'Insonne. A coadiuvarmi nella colorazione ho chiamato mio figlio Jacopo che sta cominciando a muovere i primi passi professionali in questo difficile ma appassionante settore. Io sono abbastanza soddisfatto del risultato. Per fortuna, visto che deve restare in edicola per tre mesi e un anno sulle librerie dei lettori in attesa di essere coperta dal numero dell'anno prossimo.
Non sono le prime copertine che realizzo nella mia carriera. Le prime, decisamente rozze (almeno dal punto di vista tecnico) furono forse quelle della serie di breve vita Pancozzi, di cui realizzavo anche i disegni interni e avevo disegnato la testata. Poi credo di non averne fatte altre fino a quella del secondo numero di Fox Trot!, seguita da quella dell'albetto a striscia di Marshal Mickey nel quale, dumasianamente, mi divertivo a "rileggere" il Capitan Miki del trio esseGesse vent'anni dopo. Poi, a parte quelle su FdC già citate e una per il Fumetto dell'Anafi, ci sono state quelle di Shanna Shokk per la Star Comics, quelle di Dark per la Granata Press e di tutti gli albi realizzati per le mie Edizioni Foxtrot (Dante, Omero, Superstrunz, Agenzia Scacciamostri, Turma...). Per finire, quelle dei volumi pubblicati da Cartoon Club, partendo dal solito Dante, proseguendo con i volumi delle altre parodie e degli albi a striscia di ZigZagor e Giubba Rozza e terminando (per adesso) con la raccolta di graphic tales "Leggi-le-Facce". Tre o quattro le ho realizzate anche per il Giornalino della S. Paolo Periodici (o per inserti dello stesso) relativamente ai miei personaggi umoristici (Omero, gli Hominidi, Capitan G...). Come si vede non un numero sterminato, ma quanto è bastato per divertirmi a sperimentare questo particolare tipo di illustrazione nei formati più disparati.



sabato 10 marzo 2012

La scomparsa del Grande Sognatore


Non amando le celebrazioni in genere, vorrei ricordare Jean Giraud/Moebius "come da vivo" ripubblicando i testi che, a lui e alla sua opera, ho dedicato su Fumo di China: un articolo apparso su FdC n.171 e la recensione di un suo volume.


MOEBIUS TRENT'ANNI DOPO
Storie a forma di moscone che picchia nel vetro della finestra
La pubblicazione del volume "Arzach" nella collana I Maestri del Fumetto della Mondadori, in teoria non vendibile separatamente da Panorama o da Il Sole 24 Ore, ma in realtà acquistabile in tutta tranquillità anche da solo (ahi, serva Italia, d’ipocrisia ostello!), offre l’occasione di rileggere il percorso artistico di Jean Giraud, in arte (anche) Moebius, con gli occhiali della distanza e dunque di valutarlo più obiettivamente, storicizzandolo con maggior cognizione di causa.
Chi c’era, non può non ricordare l’eccitazione scatenata nella seconda metà degli anni Settanta tra i lettori e gli autori di fumetti dalle opere “rivoluzionarie” di questo autore francese che teorizzava la
realizzazione di storie “a forma d’elefante, di campo di grano o di fiammella di cerino”, e da quelle
dei suoi compagni d’avventura della rivista Metal Hurlant. In realtà, vista oggi, l’operazione compiuta da Giraud nelle vesti del suo “doppio” artistico Moebius appare solo il tentativo frustrato e frustrante di un autore che “sentiva” i limiti delle (bellissime) storie di genere che realizzava su testi di Jean Charlier per la rivista Pilote, e “annusava” che il fumetto poteva essere altro, aspirare a un valore artistico più alto o comunque diverso. L’autore di Blueberry era però solo un disegnatore. Bravo, bravissimo, forse eccelso. Ma solo un disegnatore. E questo gli ha impedito di vedere la strada che portava a quell’altro fumetto da lui solo “indovinato” oltre la parete dei suoi limiti.
La strada la vedeva invece, e con grande chiarezza, un altro autore nato di là dall’Oceano ventun anni prima del collega europeo, William Erwin Eisner. Di Eisner ho già parlato sulle pagine di Fumo di China ricordando come, costretto a lavorare dentro la gabbia di un ridicolo personaggio in maschera, avesse cercato divertimento e soddisfazione autoriale nello sperimentare ogni genere di tecnica narrativa e grafica, esplorando il pur vasto spazio del fumetto tradizionale fin nei più riposti recessi, impadronendosi così di tutti i suoi segreti. Finché, considerando concluso quel tipo di ricerca, sparisce dalla scena fumettistica, per tornarci solo nel 1978 con la raccolta di racconti a fumetti "Contratto con Dio e altre storie".
Il lavoro di Moebius che più pienamente rappresenta il risultato della sua fuorviata ricerca è di due anni prima. Rodato il suo pseudonimo con qualche storiella minore uscita negli anni Sessanta su Hara-Kiri, Charlie e L’Echo des Savanes e all’inizio dei Settanta sulla stessa Pilote, che ospitava il suo Blueberry, Giraud lo consolida nel ’75 nei brevi racconti di "Harzack-Harzac-Arzach- Harzak-Arzak-Harzakc-Arrzak" dove, a cominciare come si vede dalla fluttuante grafia del nome del protagonista, manca qualsiasi consistenza che non sia quella di un disegno che esplode liberandosi dai tradizionali limiti delle anguste vignette della bédé convenzionale come nei colori, facendosi spesso pura illustrazione. Narrativamente, si va dal niente al lazzo minimale. La teoria che sottiene al nuovo percorso artistico dell’autore è chiara: per suscitare emozioni il fumetto non ha bisogno di storia. Ed è freudianamente rivelatrice della natura psicologica della ricerca: l’uccisione del padre-sceneggiatore per poter amare liberamente la madre-grafica. Figlio del ’68, sognatore di improbabili rivoluzioni che cambino la natura stessa delle cose, Moebius/Hide si dimostra incapace di concepire un altro fumetto, o meglio un fumetto altro, in cui testo e disegno vadano avanti insieme crescendo/cambiando contemporaneamente per ascendere a un più elevato valore narrativo. Limitato dalla sua natura mentale prettamente “disegnativa”, l’autore si applica dunque l’anno successivo alla sua opera più ambiziosa, "Il garage ermetico di Jerry Cornelius", dove affastella in totale libertà situazioni incongruenti e una pletora di personaggi uno meno giustificato dell’altro, anche se sul finale, quasi presentendo la propria inevitabile resa, sembra voler cercare una “quadra” del caos fin lì lasciato libero di fluire disorganicamente. La ricerca, per il suo stesso limite teorico, non riesce ad andare più in là di un accumulo di sterili e spesso stilisticamente incoerenti, anche se talvolta bellissimi (ma a volte invece grezzi nel tratto e grossolani nel risultato) grafismi fini a
se stessi, che non vanno più in là di quelli che trent’anni prima Eisner aveva già sperimentato
allegramente sul suo The Spirit.
Non so se Giraud, all’epoca, conoscesse il lavoro del collega newyorchese, ma l’inizio di uno degli episodi (pag. 67 del volume mondadoriano), citazione o idemsentire che sia, sembra preso di peso da un episodio del giustiziere eisneriano. Come un moscone che intravede la libertà oltre la finestra e continua a sbattere contro il vetro che non vede, per pagine e pagine, episodio dopo episodio, Moebius destruttura la narrazione della sua opera, la sbeffeggia, la stravolge cercando di riunire, come nel nastro da cui l’autore prende il nome, in un unico percorso le due facce del fumetto, ma riuscendo in realtà soltanto a eliminarne una. La finestra rimane di conseguenza chiusa e, abbandonate le velleità rivoluzionarie, ben presto l’autore rientrerà con entrambe le sue personalità artistiche nei percorsi tradizionali, arrivando da un lato a ereditare da Jean-Michel Charlier, prematuramente scomparso nel 1989, anche i testi del suo Blueberry, e affidandosi dall’altro alle sceneggiature del visionario ma tecnicamente tradizionalissimo Alejandro Jodorowsky.
La nuova strada riesce invece a trovarla Eisner. Da sempre narratore completo, nella gabbia di Spirit ha compiuto, come abbiamo visto, i suoi esperimenti sia sul fronte grafico che su quello della sceneggiatura. E quando sente il bisogno di portare il fumetto da un’altra parte non si getta contro il vetro della finestra, ma esce semplicemente da uno spiraglio della porta. Lo ha aiutato, certo, la sua storia personale di ebreo figlio d’immigrati, di persona vissuta durante gli anni della Grande Depressione americana e poi a cavallo della devastante Seconda Guerra Mondiale. L’urgenza di testimoniare la sua realtà e la sua storia, senz’altro più ricca e profonda di quella del più giovane e aproblematico collega europeo, lo ha sostenuto, sospinto e motivato nella ricerca del metodo e della misura del nuovo fumetto che andava cercando, ma che non avrebbe mai trovato senza mantenerne l’unione di testo e disegno.
Alla verifica del tempo i percorsi artistici dei due grandi autori hanno dunque avuto esiti diametralmente opposti: fallimento totale per il “disegnatore” Giraud, la cui rivoluzione non ha avuto alcun seguito, giacché anche gli autori comunemente indicati come “segnati” dalle sue opere (Andrea Pazienza, Frank Miller e Katsuhiro Otomo) hanno percorso strade narrativamente tradizionali; pieno successo invece per Eisner nella indicazione (se non “creazione”) di un nuovo modo di fare fumetto che, al di là delle più o meno sterili polemiche sul graphic novel da me stesso sollevate in altre sedi, ha saputo mostrare il cammino a un numero sempre crescente di autori (Art Spiegelman, David B., Marjane Satrapi e Gipi per non citare che i più noti), aprendo nuove frontiere narrative ed editoriali al medium.


(rubrica “Sfogliatine”, FdC n. 186)
Arzak
di Moebius
Vol. 1: L’arpenteur (Moebius Productions-Glénat)
Trentatré anni dopo la prima apparizione in volume di Arzak, il “rivoluzionario” Moebius rinuncia a ogni sua velleità, fa la pace con l’alter ego Jean Giraud e fa confluire le proprie due anime in questa westernizzazione della sua creatura fantascientifica, restituendole quella parola senza la quale l’aveva provocatoriamente fatta nascere.
Il risultato è quest’avventura in tre volumi coprodotta dalle case editrici Moebius Productions e Glénat. Il primo tomo, fresco di stampa, apre su due scenari apparentemente slegati: lo spazio profondo, dove un vascello della Confederazione Dessmez è attaccato dal terribile pirata Kimorg Barbax, e Tassili, il pianeta d’origine dei Werg colonizzato dalla Confederazione, dove l’agrimensore (!) Arzak svolge il suo compito censendo senza fine quel territorio caotico e cercando al contempo di scovarne le anomalie per stabilirvi l’ordine umano. Ideologicamente, una restaurazione in piena regola.
Una sfogliatina al volume invita comunque all’acquisto. Con scenari, personaggi e situazioni che fondono piacevolmente i mondi e gli stilemi di Blueberry e John Difool, oltre a quelli di Arzak, l’ultima opera dell’autore francese finalmente riconciliato col suo doppio promette grande avventura e splendide tavole tutte da gustare.

(Le immagini sono © degli eredi Giraud e qui usate solo a scopo di documentazione. La foto di Jean Giraud è tratta dal sito di Le Monde/AFP Franck Fife)