martedì 8 luglio 2025

Un fumetto termale


Eccomi qui a relazionarvi su un altro dei libri che ho ricevuto per il mio compleanno. Non mi ha entusiasmato come quello di Spirou, ma mi è comunque piaciuto molto.
Un classico giallo. L'investigatore, più Maigret che Poirot, è il commissario fiammingo Hendrikus Ansor, già protagonista di un altro volume, "Ostende 1905" (che mi dovrò procurare).


La vicenda si svolge all'inizio del secolo scorso nella città "delle acque" che ha dato il nome ai centri benessere degli alberghi (e Montecatini, muta!). Tra nobili, servette, giornalisti e anarchici si dipana senza grandi scosse ma mantenendo vivo l'interesse fino al colpo di scena finale. La trama è ben congegnata e il testo di Patrick Weber scorrevole, anche se qua e là qualche parola e qualche frase mi "suonano" strane, ma forse si tratta di scelte di dialogo più "parlato" che sfuggono a un lettore di lingua scritta quale sono. Il disegno di Olivier Wozniak è molto gradevole, e solo in qualche punto alcuni edifici risultano un po' appiattiti.





Piacevole scoperta, anche dell'editore (Anspach) di cui non conoscevo proprio l'esistenza. Chiunque sia e cos'altro pubblichi o non pubblichi oltre questa collana incentrata sulle città (già più d'una dozzina di volumi usciti, di vari autori), direi che in questo settore se la gioca allo stesso livello dei principali concorrenti.






mercoledì 2 luglio 2025

Lo Spirou che ti tira su


Dopo la delusione del volumone di Blake e Mortimer disegnato da Floc'h, ecco una storia che mi riconcilia col fumetto franco-belga.
Purtroppo mi mancano i precedenti volumi realizzati dall'accoppiata Schwartz e Yann (e prima o poi me li dovrò procurare, perché questo mi ha soddisfatto davvero parecchio).


La storia è più adulta di quelle classiche di Franquin, ma i tempi sono cambiati e giustamente i due autori hanno adeguato la narrazione ai gusti odierni presentandoci persino uno Spirou alcolista (sia pure solo per poche pagine), attingendo però con intelligenza al passato. Non soltanto perché ambientano la vicenda nell'immediato Dopoguerra continuando il racconto dalle vicissitudini precedenti avvenute negli anni dell'occupazione nazista, ma anche perché il disegnatore ha recuperato il Fantasio dei primordi, quello jijéiano col collo giraffesco che Franquin aveva "normalizzato" dopo alcuni episodi.





I due autori hanno riportato nella collana tutti gli elementi caratteristici della serie: quelli fantastici come i robot gorilla con la torcia innestata nel cranio, quelli magici come la statuetta Koso, l'Africa rappresentata da Aniota, la Donna Leopardo, e un pizzico di politica tra dittatori congolesi e una mezza dozzina di scienziati nazisti. Gustosissima anche la partecipazione nientemeno che di Jean Paul Sartre (ribattezzato da Aniota "Pipobec", "Pipa nel becco") e Simone De Beauvoir a cui è la Donna Leopardo a suggerire titolo e tematica del suo "Il secondo sesso".
Ad arricchire lo scenario che si muove tra Bruxelles e Parigi, anche due nuove figure femminili ad accompagnare i protagonisti, Audrey per Spirou e la rossa Glu-Glu per Fantasio.



Ora, visto che si tratta di un dittico, mi dovrò procurare anche il secondo volume che vedrà i Nostri trasferirsi nel Continente Nero. Per il momento, comunque, pace fatta con la BéDé.







Sembra Barks ma non lo è


L'altro giorno ho letto alla mia nipotina il volume di cui vedete qui sopra la copertina.
Voleva "una storia che fa paura" e gliel'ho spacciata per tale, leggendola con recitazione spaventosa... per quanto consente il racconto.
Come ogni appassionato dei Disney italiani sa, questo lavoro è opera di Marco Rota, autore completo e, per alcuni anni, anche responsabile redazionale della testata di Topolino alla Mondadori. Inutile dire quanto sia bravo, le sue storie parlano da sole. Certo, per l'ammirazione che aveva per il Maestro statunitense, ha scelto di essere un clone di Carl Barks e, a differenza di altri disneyani di casa nostra come Scarpa e Cavazzano che hanno perseguito una strada personale alla disneytà, lui "non si è inventato niente". Per suo piacere, ha aderito totalmente alla lezione barksiana riuscendo a portarne avanti l'opera con una immedesimazione assoluta, caso forse più unico che raro nella storia del fumetto mondiale. E, così facendo, ci ha regalato un buon numero di intramontabili perle di grande valore, compresa quella che ho avuto il piacere di "3Dizzare".
Qui sotto, qualche pagina dei suoi lavori.







Ah, se v'interessa, quando il babbo è venuto dopo cena a prendere Carolina per portarla a casa e gli abbiamo fatto vedere cosa avevamo letto, il commento di lei è stato: "Mi fa paura!"
Missione compiuta.



martedì 1 luglio 2025

L'inspiegabile Professore


Alla mia età, per il compleanno e a Natale farei anche a meno dei regali. Festeggiare in famiglia è più che sufficiente. Ma non volendo negare a nessuno il piacere di regalare, di solito chiedo qualche libro a fumetti, con ampia preferenza per quelli d'Oltralpe, la "scuola" che prediligo. E li scelgo in lingua originale, visto che dai dodici anni in poi ho cominciato a praticarla sugli Journal de Mickey ( il Topolino francese) che trovavo alla Libreria Internazionale Bassi, a Siena.


Nella dozzina di volumi ricevuti per il mio settantacinquesimo genetliaco (li vedete nella foto qui sopra), ho affrontato per primo il nuovo volume di Blake et Mortimer (mi dice l'amico e appassionato Claudio Castelli che non fa parte della collana regolare, ma è un volume "fuori serie" come già quello di Schuiten). Già sfogliandolo al momento dell'apertura del pacchetto avevo strabuzzato gli occhi, e la lettura non è andata meglio.
Analizziamo per prima cosa la sceneggiatura. Un buon testo, un'idea interessante nel solco delle tematiche abituali. Niente di trascendentale, ma lavoro puntuale e in linea con le attese della serie. Bravi dunque Fromental e Bocquet.

I problemi arrivano con il disegno.
Lo premetto: non ho mai amato Floc'h. Anche se era uno che sicuramente aveva "studiato la lezione" e l'applicava diligentemente costruendo vignette complesse e con la ricchezza di sfondi richiesta dalla scuola hergéiana e jacobsiana, disegnava personaggi incapaci di coinvolgermi. Li trovavo un po' anonimi e in qualche modo "poveri", al punto da risultarmi perfino antipatici.





Un autore che si è senza dubbio saputo guadagnare una credibilità e l'apprezzamento di molti lettori, a cominciare da Tiziano Sclavi che volle i suoi lavori sulla rivista Pilote che gestiva per Bonelli. Nonostante questo, io non sono mai riuscito a farmelo piacere.
Per dire, anche se meno aderente alla lezione dei succitati autori belgi, ho sempre trovato maggiormente elegante e gradevole il nostro Baldazzini i cui personaggi mi sembra abbiano sempre avuto più "anima".





Potete dunque immaginare come mi sia avvicinato con qualche titubanza al nuovo volume dei personaggi di Edgar P. Jacobs, ma certo non mi sarei mai aspettato di trovarmi davanti a una serie di tavole come quelle che ho trovato: un disegno più che essenziale con figure e sfondi delineati col minimo sforzo, e un tratto grossolano che sembra fatto con un marker a punta conica. Per di più, mantenendo l'abituale grande formato della collana, si è permesso all'autore francese di realizzare l'opera con una montaggio di sei-due (due!!!) vignette per tavola che, col suo disegno, sarebbero già sembrate povere anche in un normale albo bonelliano. Al primo impatto ho pensato che l'autore fosse ormai troppo in su con l'età e la sua mano non gli permettesse di fare di meglio, ma controllando ho visto che è più giovane di me! C'è perciò da chiedersi chi siano i responsabili della collana che hanno perpetrato questo inspiegabile scempio! Forse, con le classiche dieci-dodici vignette per pagina il tratto di Floc'h - che pure avrebbe rischiato di mostrare comunque molti suoi limiti - sarebbe apparso più "normale" e accettabile, e oltretutto si sarebbe contenuta la storia nell'abituale sessantina di tavole invece di sbrodolarla in ben centoventi costringendo il lettore a sborsare 23 euro a fronte dei soliti 17,50.






Quando, un po' d'anni fa, un'agenzia internazionale mi chiese di fare delle tavole di prova di Blake e Mortimer (ne vedete qualche esempio qui sotto), nonostante mi ci fossi applicato al massimo delle mie possibilità, ero consapevole di qualche mio limite e non mi meravigliai quando la cosa non ebbe seguito. Devo però confessare sinceramente che quando mi sono trovato davanti a questo tomo mi è venuto spontaneo di pensare: "Io l'avrei fatto molto meglio!"
Oltretutto, la storia si svolge tutta a New York e al novanta per cento le vignette presentano persone che, in primo piano, piano americano o a figura intera, parlano, camminano e se ne stanno seduti in auto. Una ventina di foto della città negli anni cinquanta sarebbero state sufficienti, come documentazione. E mentre per fare le due tavole di prova impiegai diverse settimane, per fare le sessantaquattro (perché l'avrei realizzato con le due canoniche mezze tavole per pagina) di un volume come questo credo che mi sarebbero bastati pochi mesi, tanto è poco impegnativo.
Certo, da professionista so benissimo che Floc'h nel mercato francobelga è un nome di richiamo con un suo pubblico affezionato (anche se non so quanto lo resterà dopo un lavoro come questo) mentre io sono un emerito sconosciuto che non farebbe vendere neppure una copia, e dunque l'operazione - editorialmente - ha senso così come è stata condotta, ma la sensazione di trovarmi davanti a un libro catastrofico resta e in futuro mi terrò alla larga da eventuali nuovi volumi del disegnatore di Mayenne... se non dall'intera collana. 
   









mercoledì 25 giugno 2025

Il buono della vecchiaia


Qualche anno fa sono stato operato a una gamba per asportare una massa tumorale, fortunatamente benigna. Questo mi ha costretto a muovermi per qualche settimana con l'ausilio di una stampella. Quando capita di trovarsi nella condizione di non poter più fare ciò che fino a quel momento era normale al punto da darlo per scontato, qualcosa dentro di noi cambia. D'improvviso, quando si ha la fortuna di tornare alla situazione precedente - nel mio caso a camminare senza impedimenti - ci si trova a porre attenzione al tesoro ritrovato e a godere quotidianamente del piacere di fare certe cose. Ci si rende conto di colpo di quanto sia bello e importante riuscire a compiere certi gesti, certe azioni, anche le più semplici, e apprezzarlo ogni singola volta.


Anche l'avanzare dell'età e la crescente consapevolezza di come ci si stia inoltrando in una stagione in cui quella macchina che è il nostro corpo comincerà a perdere colpi e, anno dopo anno, mese dopo mese, lo farà sempre di più ci porta, pur in assenza di particolari traumi, a far caso a ogni cosa che siamo ancora in grado di svolgere e a ringraziare il Culo - se fossi credente direi il Cielo, ma sono ateo - e quel po' di positiva eredità genetica che ci consente di praticare ancora ragionevolmente bene tutta una serie di attività: camminare a passo spedito, saltare, infilarsi i pantaloni stando in equilibrio su un piede solo, leggere, scrivere, disegnare, prendere la nipotina sulle spalle, salire le scale, guidare l'auto, dormire...
Ci spinge anche a curare di più il nostro corpo, non solo con periodici controlli medici, ma pure con l'alimentazione e tutte le buone abitudini che possono aiutarci a rimandare se non evitare i tracolli più problematici che rischiamo di trovare ogni giorno dietro l'angolo. Finché ci si riesce, questo ci dona una serenità interiore mai sperimentata negli anni giovanili o nella pienezza dell'età.


Se poi, come me, si ha la fortuna di avere ancora la voglia e la possibilità di fare un lavoro che ci appassiona da sempre, e pure quella di poter godere dell'affetto e della gioia regalata da una allegra e curiosa nipotina oltre che dal resto della famiglia, direi che i tre quarti di secolo che mi gravano sulle spalle anziché un peso sono una fonte giornaliera di esperienze inedite nelle quali l'ambizione e l'entusiasmo si sono piacevolmente stemperati in un vivere quotidiano che consente di godere al massimo grado di tutte le cose alle quali in tempi più agitati non avevamo prestato la dovuta attenzione, e mi stanno regalando i veri lussi della vita. Cioè quelli, come ci insegna Clint Eastwood, che il denaro non può comprare.



lunedì 16 giugno 2025

Le targhe, che chiacchierone!


Le targhe mi hanno sempre attirato.
Nelle varie forme che hanno avuto, mutate nel tempo secondo le esigenze di catalogazione nel Pubblico Registro, le ho sempre vissute come codici che potevano nascondere significati.
Per cominciare, da amante dei palindromi ho sempre cercato i numeri che si leggono sia da sinistra a destra che nell’altro senso. Ho avuto anche il privilegio di possedere un’auto con la targa palindroma: SI 126621. La mia primissima auto, un vecchio maggiolino VolksWagen bianco che, purtroppo, è defunto quando un albero mi ha attraversato la strada in uno sterrato di campagna. Nell’impatto io ci ho rimediato un brutto mal di schiena per qualche giorno, ma la vettura ha esalato l’ultimo respiro, e non mi è più capitato di riavere una targa palindroma.
Quando facevo lunghi viaggi in macchina con la famiglia, usavamo le targhe delle macchine che ci sorpassavano per giocare a poker, un divertente modo per svagarsi tra una cantata in coro e una gara a chi trovava più città o animali con una certa iniziale.
Da quando le targhe hanno assunto l’odierna forma con due lettere, tre cifre e altre due lettere ho cominciato a intravederci messaggi verbali. Bastava leggere gli zero come se fossero lettere O e gli uno come se fossero lettere I, ed ecco che le macchine cominciavano a parlare.
Così è nato il libriccino di cui avete visto sopra la copertina: per raccogliere i brevi racconti, le grida e le considerazioni che, attraverso le targhe, ci fanno le nostre vetture. Cominciate ad ascoltarle anche voi, magari ne troverete altre che io non sono riuscito a cogliere.



Abitando a Livorno, mi è stato inevitabile cominciare a cercare anche targhe che parlassero col vernacolo locale.
Si sa che a noi toscani fa fatica pronunciare la lettera C dura, quando si trova tra due vocali. Alcuni la aspirano, tipo i fiorentini e i senesi. Nella città labronica, infilando qua e là l’abituale intercalare “dé”, la eliminano proprio. Così la casa diventa ‘asa, le cose diventano ‘ose e le chiacchiere diventano ‘iacchiere.
Il parlato toscano in genere prevede anche l’uso di un ’E rafforzativo della frase, come in “Che fo? ’E mangio!”
Perciò, se trovate una targa che apparentemente dice cose senza senso, provate a infilarci mentalmente qualche C, un E rafforzativo o un Dé, e magari scoprirete che si tratta solo di una targa che parla livornese e dunque la frase un significato ce l’ha!



Sulla parlata di Roma, invece, non sono molto ferrato. Certo, dopo decenni di “romanerie” al cinema e in tivù qualcosa ho assimilato, ma non ci metterei la mano sul fuoco sulla bontà del romanesco delle targhe che mi sono comunque azzardato a infilare in questa raccoltina. Se ho forzato qualcosa... perdonatemi. In fondo non si tratta mica di un trattato linguistico, è solo un libriccino con la pretesa di strappare qualche sorriso come è nel programma della collana.


Insomma, un piccolo e spassoso libretto (in vendita solo su Amazon) che può diventare un simpatico e gradito regalo per amici, conoscenti e parenti per ridere insieme.