domenica 10 maggio 2026

Dietro la firma


Oggi, in un post su Facebook, il fumettista Marco Galli disconosce pubblicamente la sua storia pubblicata sull'ultimo Dylan Dog Color Fest, "Destinazione: terrore!". Motivo, gli interventi redazionali che ritiene abbiano stravolto il suo lavoro: "Praticamente quasi tutti i testi sono stati riscritti. Personaggi a cui avevo dato un carattere specifico, sono stati snaturati. Le battute di Groucho completamente cambiate. Le dinamiche tra i personaggi saltate. Nomi dati a caso a personaggi a cui io, appositamente, avevo dato solo dei soprannomi. Insomma un pesantissimo editing sui miei testi, in più sono state cambiate graficamente anche due vignette dove sono stati aggiunti degli spari, rendendo la scena narrativamente costruita male."
"Benvenuto nel club!", ho commentato sotto il grido di dolore dell'autore lombardo. E ho aggiunto che gli interventi redazionali su testi e disegni, leggeri o pesanti, sono sempre stati la regola in Bonelli (e pure presso la maggior parte degli altri editori). Di fatto, nella produzione seriale da edicola, quando consegni il lavoro, testi o disegni che siano, per l'editore è materiale grezzo da usare in piena libertà.
Se dunque non è successo niente di nuovo né di sorprendente, vale però forse la pena di soffermarsi ad analizzare luci e ombre di questo comportamento così diffuso.

Cominciamo dall'inizio. Quando ero ragazzo io (si parla degli anni cinquanta) sui "giornalini" raramente venivano riportati i nomi degli autori. Nell'articolo che ho dedicato all'argomento sul mio libro "La testa tra le Nuvolette" ho ricostruito l'evoluzione che c'è stata per i professionisti del Fumetto: nella seconda metà del secolo scorso si è passati dalla figura di quelli che erano appunto quasi sempre degli Anonimi a quella degli Autori quando Pratt, Buzzelli e altri hanno cominciato a rivendicare la propria dignità autoriale firmando le loro opere. Pian piano anche nei fascicoli e volumetti dei personaggi seriali sono cominciati ad apparire più spesso i nomi di chi aveva scritto e/o disegnato i singoli episodi. E lì sono iniziati i problemi che hanno portato alla protesta di Galli.


Anche se in passato avevo avuto modo e occasione di firmare qua e là alcuni miei lavori, come ad esempio gli episodi del Sonny Solo pubblicati sul settimanale Adamo della Corno e recentemente raccolti in volume (vedi qui sotto la copertina), quando iniziai a scrivere i testi di Zagor il nome dello sceneggiatore non veniva pubblicato.


C'era un motivo: Sergio Bonelli temeva che i lettori, abituati a leggere nei "titoli di testa" il nome di Guido Nolitta, suo pseudonimo, potessero avere una reazione di rigetto davanti all'indicazione di un altro autore, e pensava che l'assenza di qualsiasi nome potesse lasciar pensare agli appassionati che era sempre lui a scrivere le storie. In questa situazione, anche se Canzio o Sclavi (miei referenti alla testata) facevano qualche intervento - di solito piccole correzioni - la cosa non mi disturbava in alcun modo: l'anonimato poteva benissimo comprendere complessivamente me e i due "curatori". Quando, dopo qualche anno, fu deciso di inserire il mio nome le cose cominciarono a guastarsi giacché a quel punto se il mio testo veniva rimaneggiato magari inserendo, come è successo talvolta, anche degli errori è a me che nel bene e nel male veniva attribuito in toto il lavoro.
Qualche anno fa, per motivi che ho già raccontato, mi è capitato di tornare a scrivere un racconto di Zagor restando una volta di più deluso dagli interventi redazionali, stavolta dell'amico Moreno Burattini. Ne ho parlato ampiamente sul mio libro di memorie zagoriane pubblicando anche le sceneggiatura originale (cosa che invito anche Marco Galli a fare) per chi avesse voglia di verificare le "correzioni" effettuate quanto si vuole in buona fede ma sulla base di un criterio decisamente assurdo, come vedremo.


Per il motivo prima detto, dopo undici anni decisi di interrompere la collaborazione e portare avanti solo quella con il Giornalino dove, lavorando su personaggi miei, avevo tutt'altra libertà e soddisfazione. Sia chiaro, anche dai paolini venivano effettuate correzioni redazionali, all'inizio sottoponendomi le correzioni da effettuare (il responsabile era Gino D'Antonio che, da grande autore completo e splendida persona, era più propenso a rispettare il lavoro dei colleghi), e poi facendole direttamente. La cosa mi stava bene perché, restando totalmente miei i diritti di quelle storie, sapevo che quando avessi voluto avrei potuto ripubblicarle nella versione originale, come infatti è successo sia per Agenzia Scacciamostri che per tutti i classici a strisce umoristiche a cominciare da Dante. Oltretutto, il diritto della redazione di intervenire liberamente sui miei lavori era scritto nero su bianco nei "contrattini" che firmavamo di volta in volta ("Periodici San Paolo Srl potrà disporre la revisione redazionale dei testi e/o disegni forniti per la pubblicazione a stampa che, ora per allora, l'Autore autorizza e accetta"; trovate il contratto completo sul citato "La testa tra le Nuvolette" insieme a quello che regola i rapporti tra SBE e gli sceneggiatori-creatori di una serie).   



Erano comunque ancora tempi "artigianali". Da sempre, nelle produzioni seriali, quando lo sceneggiatore o il disegnatore "titolare" non ce la faceva a consegnare il lavoro in tempo per la pubblicazione, venivano chiamati - da lui o dall'editore - altri autori per supportarlo, vuoi inchiostrando le sue matite, vuoi facendo anche le chine. Di solito si cercava di avere tavole abbastanza "mimetiche" da non suscitare perplessità nel lettore, che comunque per la maggior parte non distingueva una mano dall'altra e al massimo poteva non riconoscere le fattezze dei volti dei protagonisti. Di solito, almeno alla Bonelli, si cercava di evitare il rischio facendo rifare a Galleppini e Ferri sulle tavole di altri autori le teste dei vari Tex e Zagor o semplicemente attaccando visi ritagliati da fotocopie. Se questo faceva drizzare i capelli in testa agli appassionati che si accorgevano del lavoro di collage, con la stragrande maggioranza dei lettori lo stratagemma funzionava.
In quel mondo "alla buona" nel quale gli editori arrivavano a tagliare-rimontare brutalmente le tavole originali (che in rarissimi casi venivano restituite agli autori) per adattarle alla necessità di ristampe in diverso formato, e poi magari le buttavano via, pochissimi autori si preoccupavano di veder "rispettato" il loro lavoro. Riscuotevano per quanto consegnato ed erano grati di averne subito altro.
Quando con la maggiore consapevolezza del valore di quei materiali e sull'onda dell'impegno di autori e autrici per veder riconosciuti i loro diritti le cose sono cambiate, alcuni comportamenti hanno iniziato a stridere.
Va anche detto che una parte del problema è che a gestire case editrici e/o redazioni in Italia sono gli sceneggiatori, che stante la situazione si arrogano il diritto non solo di mettere mano ai testi dei collaboratori esterni, ma pure di decidere vita o morte delle tavole disegnate pur essendo quasi sempre totalmente inesperti del mestiere. Il risultato è che le tavole vengono realizzate non secondo i criteri grafici richiesti dal linguaggio, ma secondo il "punto di vista" dello scrittore. Situazione ben diversa da quella statunitense, dove generalmente al disegnatore si chiedeva di gestire sulla base del soggetto l'intero impianto grafico della storia mentre lo sceneggiatore-redattore interveniva a valle solo sui testi dei balloon.
Se da noi molti autori, come in passato, accettano filosoficamente la situazione accontentandosi di portare a casa "lo stipendio" sopportando tutti gli interventi redazionali nei testi e le richieste di correzione delle tavole che il curatore, nella sua ignoranza, ritiene necessarie, la maturata consapevolezza dei propri diritti autoriali ha creato già in passato frizioni soprattutto fra disegnatori (per esempio Pino Rinaldi) e redattori, e portato a rivendicazioni come quella di Claudio Castellini per veder riconosciuto il proprio apporto alla creazione del personaggio di Nathan Never. In quest'ultimo caso il problema venne "risolto" allargando i cordoni della borsa a fronte dell'accettazione nero su bianco nel contratto da parte del disegnatore del fatto che i tre sardi fossero gli ideatori non solo narrativi del personaggio, ma anche grafici!!! Nel caso di Rinaldi e altri, suppongo che ci si sia limitati a inserirli nella categoria dei "rompicoglioni" e a non dare loro altro lavoro.
Ma è possibile fare diversamente?
Quando chiesi a Decio Canzio se, come si fa nel mondo delle produzioni librarie, si potesse sottoporre allo sceneggiatore il testo con le indicazioni redazionali per un suo "visto" finale, consentendogli all'occorrenza di effettuare le correzioni richieste col proprio stile di scrittura, mi fu risposto che non era possibile. Il motivo ufficiale era che avrebbe aumentato troppo il lavoro redazionale; suppongo che il problema fosse soprattutto che avrebbe tolto o comunque molto ridimensionato il potere assoluto a cui i redattori erano abituati.
Potere non sempre giustificato. Se da una parte c'è una ragionevole necessità di sveltire e uniformare la produzione, dall'altro ci sono presunzioni non sostenute dai fatti. Il timore che un tipo diverso di scrittura o di disegno potesse deludere e addirittura far fuggire i lettori si è dimostrato nel tempo del tutto ingiustificato: l'arrivo sulle pagine di Tex di un disegnatore dallo stile molto lontano da quello di Galleppini quale è Giovanni Ticci non ha causato alcuna reazione negativa negli acquirenti abituali ma, anzi, ha sicuramente suscitato nuovi entusiasmi. Certo, la scelta era stata fatta in modo oculato da Bonelli stesso, consapevole delle capacità del disegnatore senese, ma dimostra altresì che l'alternarsi di stili diversi non turba l'assoluta maggioranza dei lettori che, interessati solo a trascorrere una piacevole mezz'ora con un personaggio che amano, passano senza problemi da un Galep a un Letteri, a un Nicolò o a un Ticci; così come passano tranquillamente dalle storie di G. L. Bonelli a quelle del figlio Sergio, di Claudio Nizzi o di Mauro Boselli che, con tutto il "controllo" possibile dell'editore o del direttore editoriale, scrivono in modo assai diverso l'uno dall'altro e rendono dunque ridicole le pretese di necessaria "uniformità" che riguardano, chissà perché, solo i collaboratori esterni o minori.
Lo stesso Sergio affermava quarant'anni fa di ricevere circa tremila lettere ogni mese dai lettori (quelli che oggi fanno post sui social) con critiche, consigli o desideri; le leggeva tutte, ma dava loro l'importanza che avevano di fronte ai quattrocentonovantasettemila del mezzo milione venduto che invece acquistavano e leggevano Tex in silenziosa soddisfazione senza nulla sapere di stili di disegno o di scrittura.
Dunque, nel momento in cui l'editore decide di mettere sull'albo il nome dello sceneggiatore e del disegnatore dovrebbe correttamente limitarsi a correggere i refusi e lasciare per il resto il lavoro come il singolo autore l'ha concepito. Nessuno chiederebbe mai a Mina di cantare una canzone di Battisti imitandolo; le si chiede, ovviamente, di darne una personale interpretazione. Così trovo assurdo che i "curatori" delle varie serie impongano, qualche volta appunto con pesanti interventi, l'adesione dei collaboratori esterni a uno stile "originale" soprattutto se quello a cui si chiede di adeguarsi è ormai in realtà a sua volta l'imitazione di un'imitazione, giacché i creatori dei vari personaggi spesso non sono più tra noi.





venerdì 1 maggio 2026

Fascette, che passione!



L'idea me l'aveva data all'epoca di Fritto Misto Loris Cantarelli (che a sua volta l'aveva ripresa da non so chi): pubblicare una serie di fascette come quelle che gli editori mettono sui libri per segnalare grandi risultati di vendita o "segnalazioni" di autori di grido tipo Stephen King, mettendoci invece i giudizi che hanno dato lettori e lettrici sui vari social o in privato.

Visto che con l'uscita della nuova edizione NPE di Dante commenti e giudizi sono fioccati, ho pensato di raccoglierli, appunto, in fascetta. E ce ne ho aggiunti anche altri relativi ai Promessi Sposi a fumetti, all'Annuario Nuvolette e al mio romanzo di fantascienza che avevo registrato in precedenza. Dopo essermeli spesi su Facebook e Instagram, li riunisco qui a futura memoria. Se ne arriveranno altri, li aggiungerò man mano.





































giovedì 30 aprile 2026

Ahi, serva Italia!


Non potevo scegliere che l'invettiva dell'Alighieri, quando ho deciso di realizzare (di tanto in tanto, secondo l'estro del momento) una serie di vignette dantesche. Niente satira politico-partitica, ché ormai l'argomento non mi interessa più, ma solo... riflessioni di costume sul mondo attuale. Principalmente per quello che riguarda il nostro Paese, ma non solo.


Pubblico qui sopra e sotto le prime che ho realizzato. Per quelle che arriveranno, tenete d'occhio le mie pagine Facebook e Instagram.





giovedì 2 aprile 2026

A volte ritornano


Come andò per la Shockdom ve l'ho già raccontato.
Poi cosa è successo? Per Lucio Staiano, l'editore, una volta portati i libri contabili in tribunale, è scomparsa ogni possibilità di intervenire nella gestione della società. La gestione del fallimento è stata affidata a una commercialista bresciana. Con quali scopi? I curatori fallimentari hanno il compito di realizzare quanto più possibile dalle residue proprietà dell'azienda e dividere quanto ricavato tra i vari creditori.
In una casa editrice le cose che si possono vendere sono il magazzino delle pubblicazioni, eventuali elementi d'arredo della redazione (mobilio, computer ecc.), il marchio editoriale e pure i contratti con gli autori che, in mancanza di diverse specifiche in merito sui contratti stessi, vengono "congelati" per un anno restando a disposizione del curatore. Per farne cosa? Sinceramente non l'ho mai capito. Rivenderli ad altri editori? Ma è possibile? L'autore sarebbe costretto a lasciar ristampare le sue opere, ove previsto, da una differente casa editrice senza redarre una nuova e magari diversa scrittura? Non lo so.
In ogni caso, stavolta la curatrice sembra non aver sfruttato questa possibilità, magari perché non ha trovato alcun editore interessato a rilevare i contratti, così nell'estate scorsa i diritti sono tornati nelle mani di autori e autrici che hanno potuto portare i loro lavori da altri editori (nel mio caso, la NPE che per il momento ha messo in programma quattro titoli: Dante, Omero, Pinocchio e Benito). Ci si è dunque limitati a cedere le copie in magazzino (si parlava di trenta bancali di libri; l'acquirente li avrà presi tutti o avrà scelto solo quelli più interessanti?) e il marchio. Ad acquisirli è stato il gruppo editoriale che già gestisce la Mirage ed Eterea Edizioni. Dunque, il vecchio editore non è coinvolto in alcun modo nell'operazione.


I curatori del rinato marchio (che graficamente ha visto una bomba con la miccia accesa prendere il posto delle due torrette del vecchio logo) hanno deciso di ripartire fattivamente con il primo aprile, scelta abbastanza discutibile che ha fatto pensare a molti trattarsi di un classico pesce, e messo in vendita sul loro sito una scelta di pubblicazioni offerte con uno sconto del 20% sul prezzo di copertina.



Il comunicato stampa con cui si sono presentati al pubblico recita:
"Oggi non è un giorno come gli altri. E non si tratta di un pesce d'aprile: oggi segna la rinascita ufficiale di Shockdom. Come la fenice che risorge dalle proprie ceneri, la casa editrice torna a vivere con nuova energia, pronta a spiccare il volo verso una fase editoriale più consapevole e matura. Una nuova direzione, nuove idee e ideali si incontrano per dare forma a un progetto ambizioso: diventare un punto di riferimento nel mondo del fumetto e dell’intrattenimento.
La nuova Shockdom si propone di costruire un catalogo coerente, in grado di offrire ai lettori un percorso coinvolgente, mantenendo la varietà di generi, stili e sensibilità artistiche che lo caratterizzeranno. L'obiettivo è creare un equilibrio tra sperimentazione e accessibilità, tra nuove voci e autori già affermati, tra opere italiane e internazionali, che poggerà su due grandi pilastri: arte e narrazione.
Grande attenzione sarà dedicata al rapporto con gli autori, che rappresentano il cuore pulsante di ogni casa editrice. Shockdom vuole essere uno spazio di crescita, un laboratorio creativo in cui le idee possano svilupparsi con il giusto tempo editoriale e con una direzione artistica chiara. Il nostro intento non è semplicemente produrre libri, ma promuovere percorsi autoriali capaci di valorizzare identità artistiche differenti e accompagnare l'evoluzione di nuove generazioni di fumettisti."


La "grande attenzione" al rapporto con gli autori in realtà non è partita benissimo. In maniera non troppo professionale e in base a non si sa quale urgenza, infatti, prima di varare l'iniziativa mettendo in vendita i volumi in magazzino hanno contattato solo una parte degli autori interessati all'operazione riservandosi di informarne altri (come il sottoscritto) solo a cose fatte. Qualcuno, come Giulio Rincione, ha accettato l'offerta dei nuovi gestori consistente nel pagamento del 5% del prezzo effettivo di ogni copia venduta, altri hanno trovato cialtronesco il modo di agire e si sono rifiutati di farsi coinvolgere in qualsiasi modo, altri hanno rifiutato l'offerta e minacciato di sguinzagliare gli avvocati se i loro volumi fossero stati messi in commercio (è il caso degli autori Gigaciao, pare).


 Va anche detto che oltre alla vendita dei singoli volumi scontati del 20%, la nuova editrice prevede anche le vendite in bundle; un esempio: il mio Dante viene offerto insieme a due volumi dell'amico Giulio e altre tre opere (della categoria Old School!)per un prezzo complessivo di copertina di 122 euro scontate a 58. Agli autori verranno in tasca due spiccioli. E' vero che era roba altrimenti destinata al macero, ma...


Per quello che riguarda le opere inedite che la casa editrice intende pubblicare col rinato marchio, mentre le altre due etichette del gruppo editoriale si rivolgono a un pubblico maturo di collezionisti e appassionati di fantasy e letteratura fantastica, la nuova Shockdom si rivolgerà principalmente a un pubblico di ragazzi e young adult, come nel settore sono ormai categorizzati gli adolescenti.
"Fisicamente", l'etichetta della Bomba esordisce in due appuntamenti fumettistici, il 18 e 19 Aprile al BE COMICS! BE GAMES! di Torino, e dal 30 Aprile al 3 Maggio al Napoli COMICON.



Per quello che mi riguarda, mi sono dichiarato disponibile. In magazzino, mi hanno detto, ci sono ancora 400 copie di "Dante, la Divina Commedia a fumetti" e un migliaio di "Dantoni", cioè l'Edizione Somma da 50 euro realizzata in occasione del settecentenario del Poeta. Per una di quelle strane coincidenze che succedono anche nel mondo del fumetto, la rinascita della Shockdom e il ritorno nella disponibilità delle mie opere stampate dal vecchio editore arrivano praticamente in contemporanea con l'uscita (lo scorso 27 marzo) della nuova edizione di NPE che non si dà gran pena della "concorrenza", visto che il mio libro è decisamente partito col botto: su Amazon ha già conquistato posizioni di tutto rilievo nelle classifiche dei bestseller dell'azienda di Jeff Bezos, e anche in libreria sta andando molto bene.




Per quello che riguarda le altre opere, "Omero" (che tornerà tra qualche mese per i tipi di Nicola Pesce Editore in formato 21x29,7 e rilegatura cartonata come "Dante") era esaurito da mesi, per cui non c'è rischio che il ritorno della Shockdom possa dargli fastidio, come non lo darà all'uscita anch'essa prossima di "Pinocchio", del tutto inedito. In magazzino ci sono sicuramente anche alcune copie di "Benito", presente pur'esso nel programma di NPE ma previsto per la fine di quest'anno o l'inizio del prossimo.


Per la risorta Shockdom comunque il dado è tratto. Vediamo cosa l'aspetta oltre il Rubicone.



mercoledì 25 marzo 2026

Danni collaterali inaspettati


Sappiamo tutti quanto le nuove tecnologie abbiano cambiato le cose nel mondo dell'editoria, ne abbiamo parlato più volte: computer che col desktop publishing hanno distrutto lavori come la fotocomposizione e letteralmente tolto dal mercato tutti gli strumenti che la Letraset forniva a titolisti, impaginatori e quant'altro; macchine fotografiche digitali che hanno spazzato via la produzione dei rullini fin lì usati; tavolette grafiche che hanno reso obsoleti i metodi tradizionali di disegno e colorazione; programmi di scrittura che hanno eliminato dal mercato le macchine da scrivere ecc.
Molte di queste innovazioni hanno indubbiamente migliorato la vita dei professionisti del settore, rendendo più veloce il loro lavoro e permettendogli di ottenere risultati prima inimmaginabili. E chi per età e indole preferiva continuare a lavorare con metodi tradizionali disegnando su carta poteva continuare a farlo, anche se per fornire il lavoro all'editore era magari costretto ad assumersi l'incarico un tempo appannaggio dei fotolitisti di scansionare in casa le proprie tavole e lavorarle parzialmente al computer per digitalizzarle e poter così spedire (per email, e ciao postini) in redazione dei file invece di ingombranti pacchi di pagine disegnate. Con qualche vantaggio: niente più possibilità per l'editore di impossessarsi degli originali, né rischi di smarrimento da parte di poste o corrieri.


Per chi vorrebbe continuare a produrre analogicamente i suoi fumetti, però, a distanza di trent'anni dal massiccio ingresso delle nuove tecnologie nel settore, stanno cominciando a vedersi i danni collaterali a cui, forse da sciocchi, non si era pensato.
Infatti, ridotta a richiesta di nicchia la domanda di alcuni prodotti come la carta da disegno, i pennini, i pennelli e l'inchiostro di china, le aziende fornitrici di quei materiali sono entrate in crisi, e per farvi fronte hanno eliminato o diminuito la produzione (con aumento dei prezzi) di alcuni dei loro storici articoli, o ne hanno cambiato le caratteristiche. Io non uso più da decenni il pennino, e sul fronte dei pennelli per adesso trovo ancora nei negozi di Belle Arti gli ottimi Winsor & Newton, così come i pennarelli a prova d'acqua e luce Pigma Micron della Sakura coi quali ho sostituito i pennini. Da diversi mesi, invece, combatto una dura battaglia sul fronte di carta e inchiostro.


L'inchiostro di China della Pelikan un tempo era bello nero e quando lo passavo col pennello riuscivo a ottenere linee nette come nella stampa. Ormai quell'inchiostro è diventato acqua sporca. Lavorarci è impossibile. Ho chiesto al negoziante, che mi ha consigliato il nero della Winsor & Newton (un Indian Black Ink), ma l'avevo già usato in passato e mi massacrava i pennelli. Mescolandolo col grigio pallido della Pelikan riuscivo a ottenere una miscela accettabile, ma comunque non proprio soddisfacente. Mi ha suggerito allora di provare l'Indian Black della Kandahar. In effetti era denso e corposo al punto giusto... ma qui è scattato il problema dell'incompatibilità con la carta. Da innumerevoli lustri uso la Schoeller liscia, ottima sia per disegnarci col pennarello che col pennello. A parte il fatto che da più di un anno la ditta ha quasi raddoppiato il prezzo e che in alcune risme è scomparso il marchio dell'azienda (se la fa produrre da altre ditte e poi la smercia lei?), quando sono andato a inchiostrarci col pennello... mi è sembrato di usare della carta assorbente! Dalle linee tracciate si dipartivano "peluzzi" in tutte le direzioni. Una cosa allucinante! Per sistemare le tavole inchiostrate ho dovuto cancellare tutte quelle sbavature sul computer con Photoshop... come disegnarle due volte.




Tornato al negozio, ho comprato un foglio di cartoncino liscio di tutte le marche disponibili: una francese, la F4 della Fabriano e persino il bristol sul quale ho inchiostrato senza problemi, eoni fa, tutte le tavole de Le Sexy Operette. Niente da fare: su tutte permane l'effetto carta assorbente. Alla fine ho scovato in un cassetto una carta ruvida che avevo comprato qualche anno fa per un lavoro particolare, e lì il pennello intinto nell'Indian Black è tornato a scivolare con la piacevolezza di sempre. Tutto risolto? Non proprio, perché essendo ruvida la carta, se accetta perfettamente le setole dello Winsor & Newton, per sua natura fa invece resistenza al pennarello che mi serve per le linee di alcuni sfondi come palazzi e altro. Male minore, ma resta il fatto (ammesso che quella carta ruvida sia ancora in commercio; la settimana prossima tornerò dall'amico negoziante... incrociando le dita) che dovrò rinunciare temo per sempre a una parte della piacevolezza del lavoro di inchiostrazione che tanto amo.
Finché continueranno a produrla, continuerò perciò a prendere la Schoeller per le strisce, visto che per il pennarello è ancora ottima, e per il pennello userò la combine carta ruvida-Kandahar... finché continueranno a produrle entrambe.
La triste constatazione finale è che le nuove tecnologie, anche quando non ti obbligano direttamente ad adeguarti a esse, ti tolgono da sotto i piedi il terreno del sentiero sul quale vorresti proseguire il tuo cammino.