Negli anni settanta, quando ho cominciato a lavorare io, il livello del compenso era dovuto alla robustezza della casa editrice. Se una Mondadori pagava bene i collaboratori di Topolino, è normale che una scalcinata e un po' cialtrona casa editrice di tascabili sexy di serie B pagasse molto meno. Se poi c'era di mezzo uno studio che si prendeva la sua fetta, a sceneggiatori e disegnatori arrivavano in tasca cifre ancora minori. A me le Sexy Operette e Pancozzi servirono da "scuola" ed ero perciò spinto a fare sempre meglio per poter raggiungere un livello di qualità che mi consentisse a un certo punto di aspirare a collaborazioni con editori di maggior spessore. E l'impegno profuso doveva essere stato recepito dai lettori, visto che la collana programmata per durare un paio d'anni andò avanti per quasi quattro. "Tirai via" in una sola occasione: quando il titolare dello studio mi disse che la pubblicazione chiudeva e che quello che dovevo realizzare sarebbe stato l'ultimo numero. Non avendo a quel punto spazio per ulteriori occasioni di miglioramento personale né lettori da "tenere avvinti" alla testata, quella storia finale ("Il circo erotico") la feci mettendo insieme pezzetti di numeri precedenti, un po' come si vede a volte in qualche episodio di telefilm. Quando spedii il lavoro mi sentii dire che quella trovata "non era professionale". Visto che non si parlava certo di una pubblicazione di prestigio da salvaguardare fino all'ultimo e, come detto, si era deciso di chiuderla, ribattei con un "vecchio proverbio" inventato lì per lì: "La mosca si nota sul pane, non sulla cacca del cane".
I successivi lavori, per la rivista Adamo della Corno, erano pagati decisamente meglio (e non c'era più di mezzo uno studio a mangiarsene una parte), ma la testata non durò a lungo, così mi ritrovai, di nuovo tramite studio, a lavorare per la Corno e poi per la Bonelli a due mensili di cruciverba, Enigmistica & Quiz e L'Enigmistica Illustrata, realizzando strisce umoristiche ("Sando" e "Il pinguino Colofòn") e vignette. Un po' perché il mio disegno era comunque ancora un po' acerbo e un po' perché i compensi erano decisamente bassi, curavo come potevo le strisce (che sapevo avrei potuto riutilizzare in futuro) e tiravo invece via il disegno delle barzellette, nelle quali contava ovviamente soprattutto la battuta. Pur fatte in fretta, rivedendole oggi devo dire che il disegno era comunque efficace e comunicativo. Al punto che una, copiata anni dopo di sana pianta da un ignoto collega (ma credo di aver riconosciuto il tratto) fin nella costruzione del disegno, di sicuro più professionale rispetto al mio dell'epoca, pur nella sua ruspantezza risultava più efficace nella mia che in quella plagiata apparsa in un'altra rivista di enigmistica.
Quando mi si chiese di realizzare vignette per la su citata FuoriCasa, che mi pagava in maniera decisamente professionale, le curavo al mio meglio e il risultato si vedeva (è vero che la vignetta occupava l'intera pagina finale della rivista, e dunque richiedeva un'adeguata ricchezza e cura dei particolari).
Chiamato a fare le vignette per la pagina del Buonumore di Famiglia Cristiana a rotazione con altri colleghi, visto il compenso più basso (per singola vignetta) ma comunque ragionevole e il minore formato di pubblicazione, mi orientai su vignette meno impegnative ma comunque curate, tanto che le inchiostravo a pennello, modalità che richiede più tempo rispetto al rapido ripasso a pennino d'un tempo o a pennarello adottato successivamente. La collaborazione durò qualche anno e poi fu bruscamente interrotta. Qualche anno dopo fui di nuovo contattato dalla redazione: il direttore mi chiedeva di tornare a fare vignette, ma solo quattro per pagina invece di cinque e pagate, cadauna, qualcosa meno di prima, ché ormai le vendite di tutta la stampa erano in inarrestabile diminuzione e il settimanale paolino non faceva eccezione. Accettai, ma abbandonai l'impegnativo ripasso a pennello a favore del più rapido pennarello e, nella colorazione, abbandonai ombre e sfumature passando a semplici tinte piatte. Per i lettori, naturalmente, non cambiava niente: restavano le battute e il disegno funzionale ad esse; del tipo di inchiostrazione e colorazione poteva accorgersi solo qualche collega più attento.
Quando mi informarono che dalle quattro vignette si sarebbe passati a tre ospitate in uno striminzito colonnino laterale, mi adeguai riducendo il formato e di conseguenza la complessità del disegno. Poi siamo tornati alla pagina intera e ho di nuovo ingrandito gli originali... ma non quanto in precedenza.
Morale della favola: se la situazione del settore continua a peggiorare come negli ultimi due decenni, temo che la qualità generale delle storie e dei disegni si abbasserà sempre più. Speriamo migliori quella dei webcomic che stanno guadagnando sempre più spazio.