Due diversi disegnatori, due vicende separate, ma un'unica storia. La mia prima "trasferta" zagoriana da sceneggiatore dello Spirito con la Scure.
Alla prima avventura, che vede il Nostro inseguire fino alla regione dei Grandi Laghi i rapitori di Cico, sono particolarmente legato. Forse perché è diversa da tutte le altre scritte sia da me che dai miei predecessori (e, probabilmente, anche dai miei successori), con il protagonista della serie coinvolto nientemeno che... in una partita!
Lo sport è il baggatiway, rude antenato dell'odierno lacrosse e, per certi versi, del tennis. Un gioco di squadra. E dunque apparentemente poco adatto a un eroe individuale come Zagor. Ma, in fondo, il Signore di Darkwood non è poi un combattente così solitario come potrebbe apparire a una prima impressione. Quantomeno, è abituato a "giocare in doppio" a fianco del compagno messicano, e poi in decine di storie ha saputo "fare squadra" con bianchi e pellerossa, all'occorrenza.
L'idea mi venne dalla lettura di uno dei tanti volumi di documentazione sul West che possedevo (e continuavo a comprare), "Indiani" di H. J. Stammel (SEI, Torino, 1978). Il libro riportava la cronaca di una battaglia, quella di Fort Michilimackinac, avvenuta esattamente come racconto nella mia storia, anche se nella realtà il trucco dei pellerossa (si trattava di una tribù di Chippewa) funzionò perfettamente e la guarnigione venne trucidata.
A dare corpo e vita alla mia creazione provvidero egregiamente un ispirato Franco Bignotti (sempre coadiuvato in punta di cesello dallo "sfondista" Gaetano D'Auria, credo), Gallieno Ferri che confezionò per quella storia una delle sue più belle copertine, e Luigi Corteggi che tirò fuori dal cilindro un altro dei suoi titoli dalla grafica efficacissima: quel "duello ai grandi laghi" insolitamente tutto minuscolo sembra voler sottolineare anch'esso la diversità della storia.
L'unica cosa che offusca la mia predilezione per quell'avventura, come alcuni dei miei lettori già sanno, è che in quell'occasione mi vidi "segare" da Canzio una lunga (e a mio parere riuscitissima) gag che vedeva Cico vivere una serie di disavventure travestito da squaw. Dell'abbondante trentina di pagine che avevo scritto, Decio salvò solo le sei o sette poi pubblicate, spiegandomi che nella nuova "economia" del personaggio situazioni umoristiche così lunghe non erano più permesse. Da quel momento il messicano, che della storia era per una volta pienamente coprotagonista al fianco di Zagor, ha avuto inevitabilmente minore "attenzione" da parte mia. Peccato, una volta di più, non aver conservato una copia della sceneggiatura delle pagine tagliate.
La seconda parte della "trasferta", che vede il ritorno dell'antico avversario Eskimo, mi "insegnò" un'altra cosa nei rapporti tra me e i responsabili redazionali. Quando andavo a discutere i soggetti presentati, ci trovavo scritti a margine i commenti di Sclavi e/o Canzio. Nelle prime storie si era sempre trattato di "correzioni" da apportare: questo non va bene, quest'altro va cambiato così, ecc.
In cima al soggetto de "L'imboscata" ricordo che Tiziano aveva scritto: "Bell'inizio!"
Abituato a trovare sui soggetti solo considerazioni "critiche", lessi quelle parole come un commento sarcastico. E replicai in tono offeso che a me sembrava che far assalire Zagor e Cico dagli indiani subito nelle prime pagine fosse una buona partenza che gettava immediatamente i protagonisti nel pieno dell'azione. Sclavi mi guardò come si guarda un cerebroleso e disse: "Infatti ho scritto che è un bell'inizio!"
Da quella meschina figura, che cercai di superare con un sorrisetto di scuse, appresi che i commenti redazionali sui soggetti potevano anche essere positivi.
Sulla vicenda di "Colui-che-non-muore" mi è capitato in passato di leggere in rete valutazioni negative, e anche lo "Zagor Index Illustrato" di Belardinelli-Palumbo-Priarone la qualifica addirittura come una delle mie "peggiori avventure". Probabilmente non è piaciuta la gestione di Eskimo trasformato in superuomo e lasciato ai margini della storia fino allo scontro finale. Faccio ammenda delle mie colpe. Non tutte le ciambelle possono riuscire col buco. Però, rileggendola a distanza di tanti anni, la vicenda mi pare comunque ben costruita, piacevole e con elementi di originalità (Zagor ridotto in schiavitù), e pure il temporaneo nuovo compagno d'avventure Carcassonne, più o meno simpatico che possa risultare, anche se è indubbiamente e in tutti i sensi un personaggio minore, mi sembra svolgere bene la sua funzione di contraltare psicologico dello Spirito con la Scure, opponendo il suo personale (e giustificato) desiderio di vendetta al più altruistico atteggiamento di Zagor vòlto a perseguire il bene comune. Ma ognuno è libero di valutare quello che legge secondo il suo gusto.
Ultima considerazione: come visto nel capitolo precedente, avevo l'abitudine di fornire ai disegnatori mappe, schizzi e disegni vari per facilitare il loro lavoro. Rivedendo le vignette verticali di pag. 226 del volume n. 86 e delle pagg. 107 e 178 del n. 87 della Collezione Storica a Colori, mi viene da pensare che i baldi Bignotti e Donatelli abbiano ricalcato pari pari (se non direttamente incollato in fotocopia) le mie mappe aggiungendo qualche effetto grafico per renderle più omogenee alle tavole disegnate: la grafia delle scritte somiglia in modo sospetto alla mia.
Se così fosse (e, d'altronde lo schema della spiegazione del mistero del tuffo nello strapiombo del Red Wolf Cliff, disegnato da Ferri e ristampato nel n. 83 della CSAC, ricalcava abbastanza fedelmente il mio, come si può vedere nel capitolo precedente) avrei dato alla serie anche un piccolissimo contributo grafico.


































