mercoledì 2 ottobre 2024

Promessi e mai arrivati


Piccole curiosità editoriali: il libro di cui vedete qui sopra la copertina era stato preparato nel 2023, in occasione del centocinquantennale di Alessandro Manzoni. Come il "Dantone" che vedete sotto, era l'edizione cartonata di lusso in grande formato (21x29,7) del "Renzo & Lucia" pubblicato sempre dalla Shockdom qualche anno prima.



Se nel Dantone all'opera a fumetti era stato aggiunto il poema originale, arricchito da 100 vignette (una per Canto) inedite, qui ai Promessi Sposi a fumetti era stata aggiunta una sezione "Manzoniana" che ospitava strisce e vignette realizzate a suo tempo per un'agenda e un diario scolastico pubblicati dalla Teka Editrice di Lecco.



Il libro era stato messo quasi del tutto insieme, quando si palesarono i primi problemi della crisi che ha portato nel giugno scorso la casa editrice bresciana alla procedura di fallimento: il grafico e impaginatore Stefano Antonucci fu licenziato dalla mattina alla sera. Per non mandare all'aria tutto il lavoro fatto, mi offrii di prendere io l'impegno di completarlo (d'altronde anche l'edizione iniziale di "Renzo & Lucia" me l'ero impaginata da solo) e nel giro di pochi giorni portai a termine l'operazione. Ma la situazione precipitò: l'editore Lucio Staiano mi telefonò e mi disse che, purtroppo, non saremmo andati in stampa perché i soldi erano finiti del tutto; non avrebbe potuto pagare il tipografo, e non voleva aggiungere debito a debito.
Evidentemente però, per gli abituali tempi tecnici del "lancio" di un volume, nel frattempo la "pubblicità" del libro era stata già programmata; i librai erano stati avvertiti della nuova uscita, e anche per le vendite online si era già provveduto a inviare i dati, copertina e sinossi, in vista della prossima pubblicazione, poi mai avvenuta.
Il libro, così, è stato inserito tra i milioni di altri anche su Amazon dove è tuttora presente... "non disponibile" da sempre.

Adesso però ho rimediato: me lo sono stampato - non in formato A4 come nei progetti shockdomiani, ma comunque un po' più grande e cartonato dell'edizione originale - con il marchio Foxtrot. Lo trovate, come tutti gli altri volumi della volpina che passeggia, solo su Amazon (e, l'anno prossimo, magari a qualche fiera).










lunedì 30 settembre 2024

L'anello finale


L'anello finale della catena editoriale del fumetto, in Italia, per un centinaio di anni è stato rappresentato dall'edicola. Lì quasi esclusivamente approdavano, con periodicità settimanale, decadale, quindicinale o mensile, grandi giornali come il Corriere dei Piccoli, il Vittorioso e il Giorno dei Ragazzi e una miriade di "giornalini" di tutti i formati, dalla striscia all'albo orizzontale "all'italiana", all'albo Gigante, al quadernetto, al tascabile brossurato. In libreria, nei decenni, apparivano solo sporadicamente volumi che generalmente raccoglievano episodi di personaggi diventati famosi con la vendita  nei chioschi o scelte selezionate di strisce statunitensi ospitate anche su qualche quotidiano dello stivale come il Giorno.


L'edicola, il canale che accoglieva quotidianamente italiani e italiane per proporre le sue pubblicazioni, dai quotidiani alle riviste di informazione, di gossip e specializzate così come romanzi di genere (il Giallo Mondadori su tutti) ma anche, con la geniale intuizione della collana de gli Oscar di Arnoldo Mondadori presto imitata da vari concorrenti come Longanesi, grandi romanzi e saggistica di vario tipo (per esempio "Storia della filosofia occidentale" di Bertrand Russell), oggi è in crisi. Vasta e apparentemente irreversibile.



Ho scritto recentemente, qui e qui, varie riflessioni sulla situazione del fumetto nelle fiere a esso più o meno dedicate, ma è chiaro a tutti che il punto dolente della situazione economico-culturale-editoriale del settore è proprio quello che sfocia in edicola.
Scrive Antonio Marangi su Facebook:
"Sob.
Il mio mondo sta finendo.
Anzi, è già finito.
Vado a visitare una nuova Mondadori appena aperta. Non ha il settore fumetti, ha un settore esclusivamente manga.
Passo dall'edicola in piazza. Nel suo settore fumetti, un tempo ancora recente ricco e florido, ampi spazi vuoti. I fumetti non arrivano neanche più, mi dice il gestore.
Giro a Milano centro. Nell'intera stazione di porta Garibaldi non c'è una sola edicola. In tutta la stazione Centrale c'è solo uno striminzito angolo giornali e riviste interno alla Feltrinelli.
In molte stazioni del metro non c'è più l'edicola, se c'è è più biglietteria e venditore di Torri di Pisa e gondole (a Milano).
Quelle sbarrate (o trasformate in negozi di fiori che Dio solo sa come fanno a campare) agli angoli delle strade sono sempre di più.
Non è una novità di oggi, certo, lo so bene. Anzi, è un processo cominciato da tempo.
Ma fare caso a tutto ciò in meno di 24 ore mi ha fatto sentire come Maggie Smith (R.I.P.) nell'ultima puntata di Downton Abbey."


E a conferma di questo "grido di dolore" personale arrivano i dati ufficiali:
Lo SNAG (Sindacato Nazionale Autonomo Giornalai) pubblica questo desolante specchietto:


Un piccolo aiuto ai punti vendita sempre più ridotti e in crisi arriva dal Bonus Edicola stanziato dal governo che permette ai giornalai di tirare un po' il fiato e rallenta il ritmo delle chiusure, passate dal 13,3% del 2019 al 3,9% del 2020-2023 ma non inverte in alcun modo la tendenza.
Il Presidente dello SNAG Andrea Innocenti dichiara in un'intervista di Francesca Cutolo su 50&Più ("La crisi delle edicole - Reinventarsi non basta, servono interventi di sostegno"): "Oltre 2.000 Comuni sono senza una rivendita di giornali e altrettanto a rischio desertificazione. Tra tutte le serrande che si abbassano, forse quelle delle edicole lasciano più di altre una sensazione di desolazione. Un’edicola che chiude raramente risorge, il più delle volte è per sempre.
Dal 2018 a oggi si registra una riduzione del 26% dei punti vendita esclusivi: nel corso degli ultimi cinque anni hanno chiuso 4.005 edicole. Oggi sono poco più di 11.000 e, di queste, quasi la metà svolge ulteriori attività rispetto alla vendita di quotidiani e periodici che resta comunque prevalente. Tra il 2021 e il 2022 le edicole hanno registrato una contrazione del 3,5%, ma nel 2023 si è arrivati a un saldo negativo su base annua del 5,6%."
Con le edicole, muore anche un modo di fare il fumettista, quello "da stipendiato". Nelle produzioni da edicola, infatti, gli autori vengono pagati a pagina e, realizzando ogni mese più o meno lo stesso numero di pagine, si sono garantiti per decenni uno "stipendio" fisso che consentiva loro di organizzarsi le spese di una normale vita familiare. Con la crisi delle pubblicazioni e, conseguente, delle edicole questa modalità è ormai ristretta a un numero sempre più esiguo di professionisti in costante calo.
L'altro canale, quello delle librerie che si è aperto una ventina di anni fa col fenomeno dei graphic novel (ma già dal commento di Marangi sopra riportato sembra essere in robusta contrazione anch'esso) utilizza un altro tipo di pagamento ad autori e autrici, quello tipico dei romanzi: una percentuale sul prezzo di copertina delle copie vendute. Questo consente a un ristrettissimo numero di autori di successo di vivere agiatamente (finché dura) ma costringe la stragrande maggioranza dei fumettisti a fare del loro "mestiere" un secondo lavoro o addirittura un hobby.


Insomma, ogni volta che un'edicola chiude c'è, parallelamente, un autore/autrice che non riuscirà più a pagare le bollette a fine mese.




martedì 17 settembre 2024

Via dalle pazze fiere (del fumetto)



Ho già scritto sulla situazione delle Fiere del Fumetto in Italia.
Una ulteriore riflessione sull'argomento l'ho fatta in occasione di Modena Nerd, uno degli eventi che, pur ospitando anche i fumetti, come da me auspicato hanno deciso di non nominarli nel logo della manifestazione. Giustamente, perché quella fiera si rivolge a un pubblico generalista principalmente interessato ad altre forme di intrattenimento e collezionismo che non sono quella delle Nuvole Parlanti. E dunque giochi, da tavolo e da video, pupazzi di vario genere, magliette, katane e incontri con youtuber e personaggi dello spettacolo.





Quando vedi la maggioranza dei visitatori passare davanti agli stand di libri a fumetti e non solo non soffermarsi per curiosare, ma nemmeno girare lo sguardo in quella direzione, capisci che per loro quel genere merceologico semplicemente non esiste, non viene registrato dai loro radar.
Mi sono perciò domandato se non è "ora di migrare", abbandonando quei luoghi dove l'autunno sta già facendo ingiallire le foglie (pardon: i fogli) e annuncia un inverno davvero rigido per il settore. Per andare dove? La risposta è semplice: dove c'è gente interessata alla lettura, e dunque alle fiere del Libro.
Tutto sommato, mi sembra l'uovo di Colombo .
Il fumetto, nel periodo dei suoi grandi successi, era un prodotto da edicola, considerato "roba da ragazzi" e snobbato - se non disprezzato - da lettori, editori e critici delle pubblicazioni da libreria. Poi le cose sono cambiate: da un lato la concorrenza di altre e più accattivanti forme di intrattenimento portate dalle innovazioni tecnologiche ha allontanato dalla lettura dei fumetti molte persone; dall'altro la "mutazione genetica" dell'immaginario dei ragazzi che, dagli anni ottanta, hanno ricevuto l'imprinting dominante di anime e manga ha eliminato il ricambio generazionale che aveva fin lì permesso ai "giornalini" di andare avanti. Grazie alla trovata di marketing di definire il fumetto (o almeno alcuni fumetti) graphic novel, a un certo punto per il nostro amato linguaggio si sono finalmente spalancate le porte delle librerie che, prima per i successi di "fenomeni" della Rete come Zerocalcare e Sio e poi per quello dei tankobon, oggi non possono più prescindere da una corposa presenza del medium sui loro scaffali. Naturalmente, l'ho già spiegato, non si tratta di una nuova età dell'oro, ma solo di una "riserva indiana" dove sta trovando riparo quel che resta della Nona Arte nelle sue varie declinazioni.


Stando così le cose, forse è ora che gli operatori del settore ne prendano atto anche per quello che riguarda le fiere, abbandonando quelle che di fumetto ospitano ormai solo il nome in cartellone, e spostarsi in quelle di libri dove il pubblico è già selezionato in partenza: persone che leggono.
Per quella che è la mia esperienza, sia nelle più grandi come il Salone del Libro di Torino dove i più pronti si sono già infilati - e con soddisfazione - che in quelle minori, ho riscontrato infatti che, anche chi non legge abitualmente fumetti, in quei contesti si avvicina comunque incuriosito, sfoglia e spesso compra.



Dunque, fatte salve poche manifestazioni davvero specializzate come Lucca Collezionando e - se non altro come vetrina - la Lucca maggiore per chi potrà continuare a sostenere i sempre lievitanti costi, credo sia giunta l'ora di lasciare eventi che prospettano a chi opera nel nostro settore solo una stagione sempre più fredda e migrare verso manifestazioni dove l'Arte Sequenziale può trovare un'accoglienza più calda.
Magari capiterà di incontrare anche lì Cristina D'Avena e Rocco Siffredi, ma sarà perché presentano un loro libro.


sabato 14 settembre 2024

Dottor Castelli e mister Alfredo.


Ci ha lasciati Alfredo Castelli, sconfitto da un tumore bastardo che lo inseguiva da qualche anno. Ho preferito lasciare passare un po' di tempo, prima di scrivere un suo ricordo.
Se n'è andato il 7 di febbraio, ormai mezz'anno fa. L'avevo visto l'ultima volta l'anno scorso a Rimini a un incontro sul fumetto umoristico degli anni 50 e 60; era seduto in prima fila, davanti a me e non l'avevo riconosciuto, tanto la malattia l'aveva consumato. Finché non è intervenuto nella chiacchierata. La sua inconfondibile voce e quello che diceva me l'hanno allora riportato integro alla memoria, permettendomi di riconoscerlo e verificare che, nonostante tutto, era quello di sempre: intelligente, acuto, sornione, affabulante, grande conoscitore (forse il più grande) di tutto quello che è fumetto e non solo.
Lo conobbi quando muovevo i primi passi nella professione, in occasioni che si perdono nella nebbia della memoria di momenti lontani. Ricordo casa sua dove andai a parlarci in compagnia di non so più chi (Salvatore Deidda? Stefano Casini?), e la volta che mi portò alla Mondadori di Segrate, e poi tutte le volte che l'ho incontrato nella sede dell'Epierre quando collaboravo con quello studio, e quando andai alla rinnovata - e destinata a durare poco - nuova Eureka, colpo di coda di una Editoriale Corno morente, per propormi come collaboratore. La proposta che gli sottoposi (una scemata) non suscitò l'interesse suo né quello di Silver che era lì con lui. Poi, naturalmente, l'ho incontrato di nuovo alle mille fiere del fumetto, fino a quella su citata.



Aveva solo tre anni più di me, ma quando l'ho incontrato conosceva già tutto e tutti del nostro mondo editoriale, e dunque rappresentava per me, ingenuo toscano alle prime esperienze, una guida e un'autorità. Avevo letto da ragazzo il suo Scheletrino su Diabolik, e la sua rivistina Comics Club 104 che apriva la strada in Italia a mille altre iniziative di informazione e critica sui fumetti, e dunque anche alla Fumo di China che molti anni dopo avrei portato in edicola.




E l'avevo visto far capolino o farla da padrone in metà delle pubblicazioni a fumetti apparse in Italia dalla metà degli anni sessanta a quella degli ottanta, quando portò in edicola per la Bonelli il suo Martin Mystère, personaggio di rottura nella produzione della casa editrice di via Buonarroti: ambientato ai giorni nostri e con un protagonista che non usava le colt o le scuri come gli altri character storici dell'editore, ma una pistola "fantastica", il Murchadna, e soprattutto - come il suo autore - un computer macintosh per scrivere i suoi saggi e articoli.









Alfredo non si è mai fermato, nella sua straripante voglia di fare, scrivere e pure disegnare (oltre a Scheletrino, le strisce e vignette dell'Omino Bufo). Alla Bonelli, oltre a "rivoluzionare" le caratteristiche tipiche degli abituali personaggi western protagonisti delle collane storiche (anche se la strada, a onor del vero, l'aveva già aperta Sergio Bonelli/Guido Nolitta con Mister No), aveva introdotto nuovi formati editoriali: gli Speciali con allegato libriccino a tema, team up come quello tra il suo Detective dell'Impossibile e Dylan Dog, collane antologiche come Zona X e altre iniziative tese a svecchiare la produzione bonelliana senza fare salti nel vuoto come erano stati Full, L'Enigmistica Illustrata, Doctor Beruscus e altri scombinati tentativi di inseguire la concorrenza su terreni decisamente accidentati.






Dopo aver affrontato tra i primi anche le problematiche della professione (in un numero di If elencava ragioni sociali, indirizzi, numeri di telefono e nomi dei responsabili redazionali di un po' tutte le case editrici italiane), è stato lui a stilare su richiesta di Bonelli il primo contratto della casa editrice con gli autori delle nuove testate. Contratto, ahimè, secondo me decisamente sbilanciato a favore degli sceneggiatori. Sia perché riconosce la creazione dei nuovi personaggi al solo autore dei testi, cancellando assurdamente qualsiasi apporto creativo dei disegnatori, sia perché per le ristampe delle storie divide i compensi a metà tra chi scrive e chi realizza graficamente le tavole. Su questo ho discusso a lungo con lui, online e poi di persona in occasione di una Riminicomix quando mi affrontò sul marciapiede davanti alla Palazzina Roma, deciso a risolvere una volta per tutte la questione. Mise in campo per l'ennesima volta i suoi argomenti, e io i miei. Quando il confronto sembrò essere arrivato a un'impasse mi accorsi che a seguirlo c'era anche padre Stefano Gorla, fino a pochi mesi prima direttore de il Giornalino. Lo chiamai in causa domandandogli come venivano divisi i diritti delle ristampe tra gli autori in via Giotto, se 50 e 50 come alla Bonelli o no. La risposta fu: "30 allo sceneggiatore e 70 al disegnatore." E ciò mise fine alla discussione. Per sempre.


Questo è tutto quello che posso dire di Alfredo, nel bene e nel male.
Il dispiacere per le sofferenze che ha patito nei suoi ultimi anni è pari a quello di aver perso quanto ancora avrebbe potuto regalare al nostro amato medium se quella fottuta malattia non l'avesse portato via, perché la passione che non ha mai smesso di animarlo gli avrebbe ancora fatto partorire idee, personaggi e pubblicazioni originali in barba alla situazione sempre più problematica del settore.


   




mercoledì 28 agosto 2024

La fonte del font


Un bel po' di anni fa decisi di smettere di faticare scrivendo a mano i testi dentro i balloon. C'erano molti font digitali disponibili, e pensai che fosse ora di modernizzarsi un po'. La spinta definitiva me la dette un amicollega: "Ma davvero ti scrivi ancora il lettering a mano!?"
Cercai fra i caratteri etichettati "free" su uno dei siti di font per Macintosh; quello che mi piacque di più aveva lo strano nome di MAAP Cat Claw. E quello ho usato per anni.


Finché, iniziata la collaborazione con la Shockdom, si presentò un problema.
I primi volumi me li ero curati da solo: avevo rifumettato le strisce col font digitale, le avevo impaginate, curato la grafica, i redazionali e quant'altro. Ai colori aveva provveduto mio figlio Jacopo, fresco di un corso di colorazione al computer alla Scuola Internazionale del Fumetto di Firenze. Abbiamo fatto così per "Dante" e per "Renzo & Lucia".


Arrivato a "Omero", l'editore mi affiancò due collaboratori della casa editrice, il grafico-impaginatore (nonché autore di libri suoi) Stefano Antonucci e il supervisore editoriale Chiara Zulian. Fu lei a sollevare il problema.
Era successo che uno dei disegnatori della Shockdom aveva usato per un titolo di copertina del suo volume un font che non era esattamente "libero", e questo era costato all'editore una "multa", così la regola divenne quella di usare solo caratteri "sicuri". Dissi a Chiara dove avevo trovato il MAAP Cat Claw e lei mi spiegò che a volte alcuni font, anche se erano offerti con assoluta libertà di utilizzo a scopi commerciali, erano in realtà "copie" di altri invece protetti. Per curiosità andai a ricercarlo sui vari siti a cui attingevo abitualmente tipo 1001 Fonts e Dafont. Non era più da nessuna parte. Probabilmente, mi disse ancora la Zulian, i titolari del font originale avevano sgamato l'autore costringendolo a togliere il carattere dal sito. Chiara mi dette il link della Squirrel, dicendomi che lì potevo trovarne un buon numero. Dovevo solo stare attento che avessero la licenza SIL OPEN, che metteva al riparo da qualsiasi contestazione.
Così, per alcuni volumi successivi ho usato un carattere "fumettoso" preso su quel sito, ma non mi piaceva del tutto. Per altri lavori "minori" ho continuato caparbiamente a usare il font ormai "fantasma".
Finché non mi hanno fatto sparire il computer. Tra le poche cose andate perdute in quell'occasione, c'era proprio il carattere che mi piaceva. Nel post su linkato chiedevo perciò ai lettori se qualcuno poteva darmi una mano a rintracciarlo. L'aiuto mi è venuto dall'amicontatto facebookiano Claudio Piccinini che, esperto dell'argomento, mi chiese di vedere un campione del font. Dopo averlo visto individuò immediatamente la fonte originale: era "il Wild Words, uno dei primi, e più popolari lettering font della Comicraft, disegnato inizialmente su commissione per la serie WILDC.A.T.S. ADVENTURES di Jim Lee".


A quel punto ho deciso di acquistare la licenza del carattere per poter continuare a usarlo serenamente, e l'ho fatto, soddisfatto di me stesso per aver avuto l'occhio di scegliere a suo tempo, nella mia assoluta ignoranza, un font "professionale".
Il primo lavoro che ho realizzato col carattere finalmente legalizzato è stato, nelle settimane scorse, il mio contributo al quarto volume (a più mani, come i precedenti) della collana di Guida Editori "Nuvole in città" dedicato, dopo Napoli, Milano e Torino, a Bologna. Avete visto più sopra qualche striscia con Asinelli e Garisenda, le due torri cittadine antropomorfizzate (cliccate sulle immagini, per ingrandirle).



D'ora in avanti, per il lettering, posso dormire sonni tranquilli.



giovedì 8 agosto 2024

Il corso interrotto


Una trentina di anni fa, quando stavo al timone di Fumo di China, rivista che con altri quattro soci mi ero (felicemente) azzardato a portare in edicola, decisi di infilare tra le varie componenti della rivista anche un corso di sceneggiatura... senza pretese. Anche se all'epoca avevo alle spalle già la scrittura di testi per le Sexy Operette, Lanciostory & Skorpio, Intrepido, Zagor, Dylan Dog, Candy Candy e altro (più un centinaio di giornalini fatti in casa nell'infanzia), ero comunque un autodidatta, per cui più che salire in cattedra volevo solo trasmettere... quel che avevo capito dall'esperienza maturata.
Correva l'anno 1993, e le puntate del Corso apparvero sui numeri 19, 20, 20bis, 21, 22, 23 e 25 della rivista.








Dopo le vicissitudini estive del mio iMac, durante la ricerca nelle memorie esterne del computer per verificare cos'avevo perso (poco, per fortuna) e cos'avevo salvato, inaspettatamente mi sono saltati fuori i vecchissimi file di quel breve e incompiuto manualetto che credevo non esistessero nemmeno. Non erano proprio completi, ma quasi. Così ho deciso, dopo più di trent'anni, di terminare, aggiornandolo, quel ruspante corso di scrittura.
Per il momento, prima che altri disastri tecnologici mi facciano perdere o rendano inaccessibili quei file, ho sistemato-corretto-integrato i testi recuperati e li ho già impaginati nella prima parte del libretto che diventeranno, e buttato giù anche una bozza di copertina (che avete visto. in alto).



Al momento sono occupato con un nuovo libro per l'editore Guida (dopo quello dedicato a Torino e Pietro Micca; stavolta tocca a Bologna e alle sue due torri) e poi dovrò finire di disegnare la mia versione a strisce umoristiche di Pinocchio, ma appena potrò tornare a lavorare ai volumi Foxtrot, credo che questo sarà il primo a cui metterò mano.